Piazza Fontana - Il giorno che iniziò il buio
- Angelo Soro
- 13 ago 2025
- Tempo di lettura: 19 min
Come una bomba in una banca milanese ha cambiato per sempre la storia della Repubblica italiana

1. Introduzione – Il cratere nella banca
Milano, 12 dicembre 1969.
Alle 16:37 una bomba esplode nella sala centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana. Cinque chili di tritolo, nascosti in una borsa, devastano il salone gremito di agricoltori arrivati da tutto il Nord per il mercato del venerdì.
Il bilancio è drammatico: 17 morti e 88 feriti.
Quella stessa sera, a Roma, altre tre bombe esplodono - due all’Altare della Patria e una nella sede della Banca Nazionale del Lavoro - mentre un quinto ordigno, inesploso, viene trovato nella Banca Commerciale di Milano.
Cinque bombe in meno di un’ora: un attacco coordinato, pianificato, scientifico.
L’Italia è già una polveriera. È l’epoca dell’Autunno Caldo, con gli scioperi degli operai, le vertenze sindacali e un Partito Comunista che cresce nei consensi, diventando il più forte e il più influente dell’Europa occidentale.
Per Washington, un’Italia governata da comunisti è inaccettabile.
Potrebbe spostare i fragili equilibri di un conflitto in corso: la guerra fredda tra Patto atlantico e Patto di Varsavia. Non si può rischiare di perdere una pedina come l’Italia che lì, nel mezzo del Mediterraneo è praticamente una portaerei.
In questo clima prende forma un disegno perverso: destabilizzare per stabilizzare. Creare paura e insicurezza attribuendo la colpa alla sinistra, per spingere i cittadini a chiedere ordine e repressione, anche a costo di sacrificare le libertà democratiche: questa era la Strategia della Tensione.
2. Il giorno che iniziò il buio - La falsa pista anarchica
Le indagini sulla strage partono a tutta velocità e prendono una direzione.
In meno di ventiquattro ore, la Questura di Milano punta il dito contro un gruppo di anarchici del circolo “Ponte della Ghisolfa”. Tra loro c’è Giuseppe Pinelli, ferroviere e figura storica dell’anarchismo milanese.
Pinelli viene prelevato senza mandato, trattenuto oltre i limiti di legge e sottoposto a 72 ore di interrogatorio ininterrotto. La notte del 15 dicembre precipita dal quarto piano della Questura.
La versione ufficiale parla di suicidio per senso di colpa, ma le contraddizioni sono numerose:
Pinelli non era formalmente in stato d’arresto.
Nessuna impronta sulla finestra da cui sarebbe saltato.
Testimonianze discordanti tra i presenti.
Nessun indizio concreto a suo carico.
Mentre a Milano si concentra l’attenzione sugli anarchici, a Roma si guarda a due realtà con lo stesso nome, ma nature opposte:
Il Circolo “XXII Marzo”, scritto in numeri romani, fondato da Mario Merlino nel maggio 1968, reduce da un viaggio nella Grecia dei colonnelli organizzato da Pino Rauti. Merlino e i suoi militano in Avanguardia Nazionale, organizzazione neofascista guidata da Stefano Delle Chiaie.
Il Circolo “22 Marzo”, in numeri arabi, nato nell’ottobre 1969 da un gruppo di veri anarchici fuoriusciti dallo storico “Circolo Bakunin”. Tra i fondatori, Pietro Valpreda insieme ad altri giovanissimi e, guarda caso, quel Mario Merlino vicino alla destra neofascista. In questo gruppo si scoprirà esserci anche un certo Andrea Politi, un poliziotto sotto copertura di nome Salvatore Ippolito. Sarà l’unico del gruppo, assieme a Merlino, a non essere arrestato.
L’ambiguità dei nomi alimenta confusione.
Ed è in questo contesto che Valpreda entra nel mirino degli inquirenti.
Un tassista milanese, Cornelio Rolandi, dichiara di averlo accompagnato dalla Stazione Centrale fino nei pressi della banca la mattina della strage, riferendo che l’uomo zoppicava e portava una valigetta.
Il riconoscimento avviene in condizioni irregolari: non un vero “confronto all’americana” con più sospetti, ma un’esibizione di Valpreda, già arrestato e indicato come principale indiziato, accostato ad alcuni poliziotti in giacca e cravatta. La sua camminata claudicante, dovuta a una malattia autoimmune, gli abiti sdruciti e la barba trascurata lo rendono facilmente identificabile.
La stampa si schiera compatta con la versione ufficiale: “Il mostro di Piazza Fontana” titola il Corriere della Sera il 16 dicembre.
L’immagine dell’anarchico violento si diffonde, mentre si ignora il comportamento anomalo dei servizi segreti e le contraddizioni nelle indagini.
Solo pochi giornalisti - Camilla Cederna, Marco Nozza, Enzo Biagi, Paolo Mieli - contestano la narrazione, scavando nei depistaggi.
3. Il cuore nero della strage - Ordine Nuovo e servizi segreti
Mentre a Milano le indagini arrancavano su un binario morto, avvelenate da depistaggi e manipolazioni, a Treviso una piccola procura cominciava a percorrere un’altra strada. Lontano dai riflettori e dalle pressioni, un giovane magistrato affiancava il giudice Giancarlo Stiz in un’indagine che avrebbe scardinato la versione ufficiale.
Quel magistrato si chiamava Pietro Calogero. È stato lui stesso, anni dopo, a raccontare in un’intervista (che potete trovare nel mio podcast Ombre Italiane)
come e perché quella ricerca della verità fu ostacolata dall’interno dello Stato.
Nel 1971 la Procura della Repubblica trevisana ritrova e sequestra, in una cassetta di sicurezza intestata alla madre e alla zia di Giovanni Ventura, alcuni fascicoli contenenti appunti classificati, con sigle che riconducono al servizio segreto militare italiano, il SID.
Due anni dopo, nel 1973, documenti molto simili vengono sequestrati anche a casa di Guido Giannettini, ufficialmente un giornalista, ma anche agente del SID (nome in codice “agente Zeta”): sono documenti strategici su come destabilizzare il Paese con attentati da attribuire alla sinistra, finanziati da industriali del nord Italia e coperti da settori istituzionali.
I funerali delle vittime della strage neofascista
Ed è proprio da quei materiali - analisi, promemoria, riflessioni strategiche - che prende forma il cosiddetto “dossier San Marco”, che ha permesso a Stiz e Calogero di comprendere i meccanismi di quell’intricato groviglio costruito da una parte dei nostri servizi segreti per allontanare gli inquirenti dalla verità.
L’inchiesta rivela un’altra pista: non anarchici, ma neofascisti.
Al centro delle nuove indagini c’è la cellula veneta di Ordine Nuovo.
Ordine Nuovo non era un gruppo qualunque.Era la componente più radicale e militante del neofascismo italiano del dopoguerra.Fondato da Pino Rauti nel 1956 come centro studi in seno al MSI, si ispirava alla dottrina rigida, antidemocratica e spiritualista, radicata nel pensiero di Julius Evola.
Nel 1969 Ordine Nuovo si distaccò dal MSI e fu ricostituito come movimento autonomo da Clemente Graziani e altri militanti.La sua cellula veneta, con base operativa a Padova, è considerata dai magistrati il centro propulsore della strage di Piazza Fontana: è lì che si pianificano attentati, si costruiscono legami e si organizza la violenza eversiva.
I nomi chiave: Franco Freda (l’ideologo), Giovanni Ventura, Carlo Maria Maggi (leader del gruppo), Carlo Digilio (tecnico di esplosivi) e Delfo Zorzi (uomo d’azione).
Freda acquista i timer pochi mesi prima della strage, Digilio procura l’esplosivo, Maggi approva e coordina. Zorzi è indicato come l’uomo che piazza la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.
Dietro di loro si muovono protezioni potenti: il SID (Servizio Segreto militare italiano), la CIA e la rete NATO di “Gladio”, ufficialmente creata per resistere a un’invasione sovietica, ma che in Italia viene utilizzata per altre finalità.
4. Il processo impossibile - 36 anni senza giustizia penale
Il primo processo per la strage di Piazza Fontana si apre nel 1972 a Milano, ma viene presto trasferito a Roma per “legittimo sospetto”, e infine a Catanzaro: lontano dai riflettori e dalle orecchie dell’opinione pubblica.
Lì si giudicano, insieme, gli anarchici inizialmente accusati, i neofascisti ritenuti veri organizzatori, e anche alcuni ufficiali dei servizi segreti militari, coinvolti nei depistaggi.
Nel 1979, dopo sette anni, la Corte d’Assise condanna Freda e Ventura all’ergastolo. Vengono condannati anche due militari del SID: Gianadelio Maletti a quattro anni e Antonio Labruna a due anni di reclusione per il loro coinvolgimento nelle operazioni di depistaggio.
Ma nel 1981 in appello, Freda e Ventura vengono assolti per insufficienza di prove.
È il primo segnale: la verità giudiziaria si allontana.
La Cassazione annulla parte della sentenza e ordina un nuovo processo che viene celebrato a Bari, nei primi anni ’80.Ma la strage di Piazza Fontana resta fuori da quel dibattimento.Freda e Ventura erano già stati assolti in via definitiva e la legge è chiara: non si può essere giudicati due volte per lo stesso reato.
E così i principali sospettati non sono più processabili, sono liberi.Anche se la verità comincia a emergere, la giustizia si è fermata.
Negli anni Novanta, la verità torna a bussare.Le indagini sulla strage di Piazza Fontana si riaprono grazie a nuove testimonianze e alla collaborazione di un uomo: Carlo Digilio, detto “Zio Otto”.Era il tecnico della cellula veneta di Ordine Nuovo, quello che sapeva dove trovare l’esplosivo e come costruire gli ordigni.
Inizia a parlare nel 1994, fa nomi, ricostruisce reti e così, nel 1999, il processo riparte.Alla sbarra: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni. Tre figure centrali del neofascismo eversivo.Nel 2001, la Corte d’Assise di Milano condanna Zorzi e Maggi all’ergastolo, mentre Rognoni viene assolto.
Ma la verità giudiziaria è fragile, infatti nel 2004, in appello, tutti e tre vengono assolti per insufficienza di prove.Il 3 maggio 2005 arriva anche la conferma di quelle assoluzioni da parte della Cassazione.
Alla fine di un percorso giudiziario, lungo 36 anni, che non ha saputo condannare gli artefici della strage, cosa resta?
Restano alcune caselle vuote, quelle in cui dovrebbero comparire i nomi e le condanne degli ispiratori e degli esecutori materiali della strage.
Tuttavia, per la prima volta in modo inequivocabile, la sentenza ha riconosciuto ufficialmente una verità storica:
La strage di Piazza Fontana fu opera della cellula veneta di Ordine Nuovo.
La responsabilità materiale dell’attentato viene attribuita a Ordine Nuovo, movimento neofascista eversivo.
Si riconosce che le accuse verso gli anarchici erano infondate e frutto di depistaggi.
Viene però confermata l’assoluzione degli imputati processati, per insufficienza di prove o perché morti nel frattempo.
Di fatto, nessuno è mai stato condannato penalmente in via definitiva per l’esecuzione o la pianificazione dell’attentato.
5. Una guida per capire: le parole di Benedetta Tobagi
A questo punto del racconto, non bastano più i documenti e le sentenze.
Per orientarsi davvero nella storia di Piazza Fontana serve qualcosa di più: uno sguardo capace di tenere insieme i fatti e le ferite, la giustizia mancata e la memoria possibile.
Per questo ho pensato di coinvolgere Benedetta Tobagi, una delle voci più autorevoli e lucide nel raccontare le zone d’ombra della nostra Repubblica: le stragi, i depistaggi, i silenzi delle istituzioni.

I suoi libri – Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita, Segreti e lacune. Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo, Piazza Fontana. Il processo impossibile e Le stragi sono tutte un mistero – sono diventati punti di riferimento per chi vuole comprendere davvero quel periodo, restituendo nomi, volti e responsabilità che per decenni sono rimasti nascosti nell’ombra.
Ma il suo lavoro non si ferma alla ricostruzione storica: Benedetta Tobagi affronta queste vicende anche come cittadina, portando nella scrittura e nell’analisi una forte passione civile e un impegno costante per la memoria.
Nell’intervista che segue, ci accompagna dentro la strage di Piazza Fontana - definita “la madre di tutte le stragi” - per capire cosa significa fare memoria quando la giustizia si è fermata.
Perché quella bomba del 12 dicembre 1969, ancora oggi, parla di noi e al nostro presente.
Angelo Soro: Vorrei cominciare con una domanda che ci riporta al cuore di questa storia: la strage di Piazza Fontana è stata definita “la madre di tutte le stragi”.Non solo per la gravità dell’attentato in sé, ma per tutto quello che ha generato dopo: depistaggi, silenzi, ombre dentro lo Stato.Secondo te, in che senso questo evento ha segnato un prima e un dopo nella storia della Repubblica?E perché, ancora oggi, resta un nodo così difficile da sciogliere?
Benedetta Tobagi: Lo si percepì immediatamente. Dobbiamo ricordarci che nel 1969 la Seconda Guerra mondiale era finita da appena 24 anni, un attentato come quello non si era mai visto, una bomba che colpisce indiscriminatamente dei civili in una banca nel centro della più grande città del nord, la capitale economica del paese poco prima di Natale, quindi prima di tutto c'è questo salto qualitativo che sconcerta la popolazione.Poi la bomba non è rivendicata e questo ovviamente amplifica l'effetto di terrore e poi, come ricordavi, ovviamente Piazza Fontana marca una cesura per tutto quello che la circonda e di nuovo però non dobbiamo attendere le nuove piste d'inchiesta che dopo gli anarchici vanno a toccare terroristi neri e servizi segreti.Noi lo vediamo già con la morte di Pinelli. Anche quella è una cesura non solo perché è un evento che sconcerta un pezzo molto importante dell'opinione pubblica, ma perché fa sì che si diffondano subito, come un incendio, i sospetti intorno alla verità propalata dai media e diffusa dalle forze che stanno investigando.
AT: Ma soprattutto direi dalla stampa che si era buttata a capofitto sulle prime notizie trapelate dalla questura di Milano.
BT: Però dobbiamo ricordarci che se ovviamente l'unico telegiornale che c'era all'epoca con un giovanissimo Bruno Vespa, dà subito in pasto il mostro (Pietro Valpreda – ndr) all'opinione pubblica. Se Il Corriere della Sera segue assolutamente la linea governativa, dobbiamo ricordarci che non ci fu soltanto la controinformazione militante, ma mi viene in mente un Marco Nozza che all'epoca scriveva su un grande quotidiano come Il Giorno, che immediatamente fa delle inchieste che mettono in dubbio la colpevolezza di Valpreda. Con lui altri giornalisti: Camilla Cederna che immediatamente si fa carico della vicenda di Pinelli, Giorgio Bocca, Corrado Stagliano e tanti altri.
AS: Certo, è importante precisare che non tutta la stampa era allineata ed è anche grazie a loro e a una parte della magistratura, che siamo giunti a una verità storica.Il problema è che, nonostante tutto, dopo 36 anni di processi, dalla giustizia penale non sono arrivate condanne nei confronti di chi ha progettato ed eseguito la strage.Ecco, quanto pesa, secondo te, questa distanza tra ciò che oggi sappiamo e ciò che la giustizia ha potuto riconoscere?Che effetto ha avuto, e ha ancora, su chi prova a fare i conti con quella storia: studiosi, cittadini, insegnanti, testimoni, gli stessi parenti delle vittime?
BT: Il problema è che in realtà il corso della giustizia arriva a un riconoscimento di responsabilità storiche ma non alle condanne, quindi non può arrivare a una sanzione penale.Nello specifico, in realtà, qualche condanna c'è. Dal primo dei tre processi in realtà sono uscite delle condanne passate in giudicato per due ufficiali del SID, il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna; sono condanne che vengono molto erose nel corso del processo, però riguardano delle condotte depistanti. E poi abbiamo il collaboratore di giustizia Carlo Digilio, reo confesso. Il motivo per cui formalmente non lo consideriamo un condannato è che ha avuto delle attenuanti proprio per il riconoscimento dell'importanza del contributo che ha dato allo svolgimento del processo. Poi abbiamo Freda e Ventura che erano già stati assolti nel primo processo, poi convalidato da una sentenza della Cassazione nel 2005, riconosciuti storicamente responsabili, ma non più processabili per un sacrosanto principio dello Stato di diritto.E quindi è questo che genera sconcerto e scetticismo, perché è questo il sottoprodotto nefasto dello stragismo: «ecco la fanno sempre franca, non sapremo mai la verità, non si capisce niente, ma se sono stati assolti come fai a dire che sono colpevoli...».
Purtroppo queste vicende impongono un surplus di approfondimento che è complesso perché richiede di avere nozioni di come funziona l'ordinamento giudiziario, come funziona la procedura penale.Però se noi ci facciamo carico di questo sforzo di comprensione, ecco che proprio l'assenza, oppure il numero molto ridotto di condanne passate in giudicato, come è il caso di Piazza Fontana, ci parlano proprio del cuore dello stragismo, cioè il fatto che un pezzo di Stato si è adoperato perché prima non si sapesse la verità e poi quando un altro pezzo di Stato in realtà ha lavorato così tanto e così a lungo finché la verità è venuta fuori, perché i responsabili comunque non fossero sanzionati.
AS: Quello che dici è importante, perché dopo i depistaggi, una parte dello Stato, più precisamente una parte dei nostri servizi segreti, si adoperò per far espatriare i responsabili. E questo non è accaduto solo per Piazza Fontana.
BT: C'è proprio un'espressione che si usa in questi casi: “esfiltrazione”. Indica quando fai scappare una persona colpita dalle indagini. È questo quel che è accaduto. Quindi cosa implica in una società complessa come la nostra?Nella nostra società, in cui le persone sono travolte da una grande quantità di informazioni e l'Italia, storicamente, è sempre stata un Paese in cui di quotidiani e di libri se ne leggono pochini, ovviamente dopo decenni, nell'opinione pubblica che cosa resta?Resta il senso di una gran confusione e attecchiscono molto bene i depistaggi mediatici, come vengono chiamati, cioè narrazioni parallele, alternative che negano la responsabilità dei terroristi neri, che diminuiscono la rilevanza del depistaggio e propongono fantasiose tesi alternative o comunque ci ricacciano tutti nella retorica del «... queste cose sono tutte un mistero ... ecco l'Italia è un paese dove la giustizia non viene mai fatta ...», che non fa altro che allontanare i cittadini dalla partecipazione politica e alimentare un senso di sfiducia di scetticismo che poi è stato uno dei carburanti, nei decenni scorsi, dei sentimenti di antipolitica.
AS: Nel 2019 hai pubblicato “Piazza Fontana. Il processo impossibile”, un lavoro accuratissimo, profondo e necessario. Cosa ti ha spinto a tornare proprio su questa strage, e a raccontarla in quel modo, cinquant’anni dopo? Forse perché ne hai sentito la necessità come storica, ma anche come cittadina?
BT: Beh, è proprio la constatazione del quadro che ho appena descritto. Ho pensato di dedicare un lavoro specifico che rimanesse poi a disposizione delle persone interessate, delle persone di buona volontà, per capire come diavolo è possibile che un tribunale arriva a dire che ci sono abbastanza elementi per dire che due persone, Freda e Ventura, sono storicamente responsabili di Piazza Fontana, però non li possiamo condannare.Come è possibile questa cosa? Perché questa cosa non viola il principio del garantismo? E soprattutto, come si è arrivati a questo fallimento del corso della giustizia penale nell’accompagnare il riconoscimento della responsabilità con una sanzione?Ecco, io ho preso la vicenda processuale labirintica di Piazza Fontana e l’ho trattata come un “oggetto storico”.Perché noi non dobbiamo dimenticarci che la giustizia è fatta da uomini ed è immersa in un contesto storico, per cui ho voluto raccontare, passo passo, che cosa ha permesso di far esplodere dall'interno questo processo.Ho voluto raccontare come funzionava l'attività di polizia giudiziaria, che all'epoca ancora non era giunta alla piena attuazione del principio costituzionale secondo cui gli ufficiali di polizia e giudiziaria rispondono veramente ai magistrati; perché all’epoca, chi faceva le indagini rispondeva prima di tutto ai propri superiori, in una catena che faceva capo all'esecutivo e, quindi, rispondeva ad altre logiche.Ho voluto raccontare anche che cos'era la Magistratura alla fine degli anni Sessanta e all'inizio degli anni Settanta: una Magistratura ancora fortemente gerarchica, che non si era ancora pienamente democratizzata al proprio interno.Allora c'era ancora un'alta Magistratura - cioè: i procuratori capo, i presidenti di tribunale, i magistrati di Cassazione - che avevano conservato una mentalità molto affine a quella di chi governava, per cui avevano una visione della giustizia molto favorevole ad “accomodare” per compiacere il potere.Oppure, ancora, come la procedura penale e le possibilità che offriva sono state utilizzate per ostacolare il corso del processo. Per esempio: il processo per quella strage - particolarmente “esplosivo”, perdonate il gioco di parole, perché l’opinione pubblica era molto interessata a seguirlo - fu trasferito a Catanzaro, rendendo difficile sia alle parti civili sia alla stampa seguirne lo svolgimento.Questo ha fatto sì che poi ci fossero delle leggi che hanno cambiato questo stato delle cose: si è detto mai più, non sarà più possibile mandare per legittimo sospetto un processo così lontano dalla sua sede naturale, dovrà essere comunque in un distretto giudiziario contiguo.Ricostruire questo, da una parte ci fa capire concretamente come si è prodotta l'impunità e, al tempo stesso, ci permette di apprezzare la solidità degli elementi per cui noi possiamo oggi affermare la responsabilità del gruppo ordinovista nella strage di Piazza Fontana e anche considerare molto chiaro il disegno dei depistaggi.Questo è molto importante per evitare che rimanga in sottofondo quella vocina scettica e cinica che poi sospetta sempre a prescindere, adombra teorie di complotto, eccetera, eccetera.No, noi abbiamo una realtà molto complessa, molto spinosa anche da riconoscere perché per Piazza Fontana si arriva solo fino a un certo punto.Il mio lavoro, invece, arriva a lambire il livello della politica, delle responsabilità politiche.Così come il processo arriva a lambirle, ma poi non riesce a fare pienamente chiarezza, non riesce a individuare chi, all'interno degli esecutivi.
AS: Vuoi dire all’interno dello Stato?
BT: No, proprio nel potere esecutivo! Perché, essendoci anche delle condanne per i depistaggi da parte del SID e degli Affari Riservati, significa che la magistratura ha ricostruito molto bene quello che hanno fatto. Io parlo proprio della responsabilità del potere esecutivo.E lì però si arriva fino a un certo punto: l'indagine arriva a portare sul banco dei testimoni, se non degli imputati, da Rumor ad Andreotti - quindi uomini che erano stati Presidente del Consiglio - per chiedere loro chi ha avallato l'opposizione del segreto di Stato che ha intralciato l'indagine della Magistratura.Non si arriva a fare pienamente chiarezza, ma questo ci fa riflettere ancora una volta sulle dinamiche e i meccanismi con cui chi detiene il potere esecutivo precostituisce non solo l'impunità, ma proprio anche preserva la propria reputazione a futura memoria. Perché noi non avendo a disposizione la documentazione d'archivio, non abbiamo avuto la possibilità di indagare fino in fondo in sede giudiziaria e questo, come cittadini, è un peso che dobbiamo portare.
AS: E spesso, purtroppo, il fatto che alcuni processi non siano arrivati a emettere sentenze di condanna e che si siano trascinati per vari lustri, ha dato agio a qualcuno di battezzare quelle stragi come “stragi di Stato”, “misteri irrisolti”.Questo è un argomento che tu hai messo al centro di un tuo recente libro che hai intitolato “Le stragi sono tutte un mistero”, uscito per i tipi della casa editrice Laterza. È un libro che, a dispetto del titolo, smonta quei luoghi comuni molto diffusi: l’idea che sulle stragi italiane regni l’opacità assoluta. È un libro in cui dici che di molte stragi, come Piazza Fontana, oggi sappiamo quasi tutto. Perché, secondo te, continua a circolare questa narrazione dell’enigma irrisolvibile? E a chi serve davvero l’idea che la verità non sia mai completamente raggiungibile?
BT: Il libro fa parte di una collana di fact-checking che si chiama proprio “La storia alla prova dei fatti” e infatti io ho cercato di spiegare, nella maniera più accessibile possibile, non quello che è successo secondo me, ma ho cercato proprio di ricostruire delle dinamiche del discorso pubblico che hanno fatto sì che si cementasse questa retorica dei misteri, cioè l’idea che le stragi siano qualcosa di inconoscibile. Retorica che peraltro ha anche una sua seduzione, specialmente adesso che vanno per la maggiore le serie, i libri e i podcast crime, quando invece si tratta di segreti, cioè di cose che qualcuno sa e sono state nascoste perché politicamente scomode.Quindi questa retorica prima di tutto si basa nel fatto che le stragi, Piazza Fontana in primis, nascono come reati di provocazione, cioè Piazza Fontana è una bomba eclatante, non rivendicata, la cui responsabilità viene addossata agli anarchici e alle sinistre extraparlamentari, cioè ai cosiddetti sovversivi, per criminalizzarli. Quindi il fatto che ci sia confusione è del tutto funzionale proprio al compito originario che aveva la strage. Poi ovviamente i depistaggi alimentano la confusione, vengono fuori delle verità scomode, vengono indagati e condannati generali, ci si interroga sulle responsabilità del livello politico del potere esecutivo, per cui il depistaggio mediatico, la confusione, l'idea dei misteri torna utile perché così le persone dubitano.Quando vengono fuori dei dati politicamente troppo scomodi, puoi sempre dire «vabbè ma poi alla fine com'è finita? Non hanno provato niente, ma non si sa nulla, vabbè ma sono tutte ricostruzioni interessate, sono tutte bufale delle toghe rosse ...».Poi avvicinandoci al presente sempre di più, noi abbiamo che la conoscenza sullo stragismo è particolarmente scomoda per due motivi: in primo luogo è molto scomoda per il mondo politico di destra. Perché? Perché il terrorismo nero, i suoi esponenti principali provenivano in larga parte dal mondo della destra extraparlamentare, erano fuoriusciti oppure erano stati espulsi, in alcuni casi ci sono stati anche dei personaggi che continuavano a militare nel Movimento Sociale Italiano (MSI) e hanno compiuto azioni violente, attentati!E quindi negli anni abbiamo visto la destra continuare a negare la responsabilità dell’estrema destra nelle stragi.Questo è un primo problema che ancora persiste, non solo su Piazza Fontana, ma anche, per esempio, sulla strage di Brescia - per cui è stato condannato un dirigente di Ordine Nuovo che in precedenza era addirittura stato candidato alle elezioni politiche col Movimento Sociale -, gli esponenti di spicco di Fratelli d'Italia e la presidenza del Consiglio non dicono mai una parola sulla matrice di quella strage. È come se fosse una verità che prima è stata negata e poi, quando era impossibile negarla perché c'erano le condanne passate in giudicato, veniva coperta da un comodo silenzio.Per la strage di Bologna esprimono negazione, piste alternative, sono stati i giudici comunisti a condannare la Mambro, Fioravanti e tutti gli altri.Poi c'è il tema scomodissimo dei depistaggi e qui noi abbiamo una pluralità di attori all'interno del discorso pubblico, anche non di destra ma di area, diciamo così, moderata, liberal-conservatrice, che insistono a sminuire la rilevanza e la sistematicità dei depistaggi.Questo perché chiaramente indagare e ragionare sui depistaggi, è una vera a propria battaglia per la trasparenza anche rispetto all'accesso ai documenti d'archivio, tema su cui l'Italia è ancora in mostruoso ritardo. Addirittura, adesso, una circolare della Direzione Archivi rende più difficoltoso l'accesso persino alle motivazioni delle Sentenze, che è totalmente paradossale.Però il problema è che parlare dei depistaggi vuol dire fare un ragionamento fortemente critico che vuole andare a scoperchiare, analizzare, ricostruire fino in fondo le responsabilità all'interno degli apparati, nello stragismo.Tutto questo, visto che poi ci sono delle linee anche di continuità, delle fedeltà interne e poi c'è anche quel tipo di retorica, mi viene in mente la modalità con cui è stato attaccato e continua a essere attaccato Roberto Saviano: per loro è quello che infanga l'Italia! Se parli di crimine organizzato infanghi l'Italia, se parli, se insisti, se continui a raccontare i depistaggi, infanghi tutte le forze dell'ordine, infanghi i servizi, infanghi i carabinieri con tutti i caduti che ci sono stati e così via.Purtroppo è una mentalità dura a morire, è faticoso far passare l'idea che la forza della democrazia è nello spalancare tutte le finestre e lasciare penetrare la luce fin negli angoli più bui.
AS: Prima di lasciarci vorrei rivolgerti un’ultima domanda: a una ragazza e a un ragazzo nati negli anni 2000, che non hanno mai sentito parlare di Piazza Fontana, quali parole sceglieresti per spiegargli perché quella strage, in un certo senso, li riguarda?
BT: Beh, prima di tutto io ne incontro un casino di ragazzi nati nel 21esimo secolo.Direi che è importante capire i meccanismi del potere, capire il modo in cui il potere precostituisce la propria impunità e utilizza il terrore per strumentalizzare i cittadini.I meccanismi del depistaggio sono soprattutto interessanti, anche perché i depistaggi, i ragazzi di oggi li hanno sentiti nominare, perché magari non sanno la storia di Piazza Fontana, però se gli dici Stefano Cucchi se la ricordano la storia. Anche quello è stato un processo di depistaggi su cui poi si è potuto fare chiarezza in tempi relativamente rapidi. C'è comunque voluta una decade, però ci si è arrivati, perché non c'era dietro una macchinazione complessa come quella dietro Piazza Fontana e le altre stragi.Questo è un primo livello.E poi, proprio per quello che dicevo poco fa sulla fatica della democrazia, gli abusi di potere accadono, però se noi guardiamo la storia italiana è molto importante capire che chi li ha veramente contrastati con la massima efficacia ed è riuscito a far emergere la verità su Piazza Fontana, sono state persone che si sono mosse all'interno del patto di cittadinanza, della Costituzione, dello Stato.Questo è importante ricordarlo perché negli anni Settanta c'è stata una sinistra sedicente rivoluzionaria che poi ha causato infiniti danni, oltre che lutti, con l'esplosione del terrorismo rosso che ha utilizzato come alibi lo stragismo di destra.Invece è molto importante dire no, è importante sapere che queste cose accadono, sono accadute in Italia, ma non solo. Nella storia di tutti i paesi troviamo vicende di abusi di potere. L'importante è averle ben presenti, avere presenti gli strumenti con cui si possono contrastare e non dimenticarsi mai che, però, la manutenzione della democrazia è un esercizio costante, è un esercizio difficile ed è anche un esercizio che richiede la capacità di gestire tempi lunghi e alti livelli di frustrazione.
6. Conclusione – Perché ci riguarda ancora
Il limpido intervento di Benedetta Tobagi ci aiuta ad attraversare un territorio difficile, fatto di verità negate, di giustizia mancata, ma anche di memoria consapevole.
Piazza Fontana non è stata soltanto la strage che ha aperto la stagione più buia della Repubblica: è diventata un simbolo, il paradigma di come il potere possa distorcere la verità, perseguitare innocenti e proteggere i veri colpevoli, pur di preservare sé stesso.
È la prova che la democrazia non è mai un bene acquisito una volta per tutte, ma un cantiere fragile, esposto all’erosione del silenzio e all’azione di chi, dall’interno, ne mina le fondamenta.
A più di cinquant’anni di distanza, quella bomba continua a parlarci. Non solo come ferita storica, ma come ammonimento presente: che la libertà vive solo se la si custodisce, che la giustizia non si ottiene senza il coraggio di inseguirla, e che la memoria, per restare viva, deve essere alimentata ogni giorno.
Perché dimenticare Piazza Fontana significherebbe condannarsi a riviverla.
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