Perché gli Stati Uniti vogliono la Groenlandia
- Angelo Soro
- 15 gen
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 21 gen
Storia, risorse, strategia globale e il nodo NATO

Pre-premessa
Una delle questioni che in quest’ultimo periodo mi incuriosisce particolarmente è l’interesse di Trump & Co nei confronti della Groenlandia.
Gli esperti di geopolitica (io non lo sono) hanno identificato diversi nodi cruciali della questione, ma un quadro completo resta difficile da ottenere per chi si affida alla informazione mainstream.
Quel che sentiamo nei TG o nei talk show appare spesso confuso: si focalizza su dichiarazioni contrapposte di politici e sulle impressioni dei giornalisti che le riportano. Insomma: un groviglio inestricabile!
Ho perciò iniziato a vagare sui media internazionali alla ricerca di notizie più complete e valutazioni più pacate (quelle che sentiamo qui da noi sono, come al solito, estremamente polarizzate e polarizzanti).
Premessa
Quando Donald Trump, durante il suo primo mandato, dichiarò apertamente l’interesse degli Stati Uniti ad “acquistare” la Groenlandia, molti liquidarono la questione come una boutade. In realtà, quell’uscita ha riportato alla luce una dinamica geopolitica reale, di lungo periodo, che oggi, tra competizione globale, crisi climatica e nuova centralità dell’Artico, sembra davvero più attuale che mai.
Capire perché Washington guarda alla Groenlandia, cosa rappresenta davvero quest’isola e quali sarebbero le conseguenze di uno scontro con la Danimarca (e quindi con la NATO) richiede di tenere cucite insieme storia, geografia, economia e diritto internazionale.
Confesso che non è stato semplice, ma nei prossimi paragrafi ho provato a sintetizzare i risultati delle mie ricerche, per dare un piccolo contributo alla causa di chi, come me, si domanda: perché diavolo Trump vuole a tutti i costi un pezzo di ghiaccio su cui è già abbastanza complicato vivere?
La Groenlandia: un territorio enorme, poco popolato, politicamente delicato
La Groenlandia è l’isola più grande del mondo, ma conta appena 56.000 abitanti. È abitata prevalentemente da popolazioni Inuit ed è oggi un territorio autonomo del Regno di Danimarca, con un proprio Parlamento e un’ampia autonomia interna, mentre difesa e politica estera restano competenza di Copenhagen.
Storicamente, la Groenlandia è passata sotto il controllo danese nel corso dei secoli, diventando formalmente parte del Regno nel 1953. Nel 1979 ha ottenuto l’home rule, ampliata ulteriormente nel 2009 con l’Atto di Autogoverno, che riconosce ai groenlandesi il diritto all’autodeterminazione futura (Encyclopaedia Britannica).
Questo status rende la Groenlandia non indipendente, ma neppure una semplice colonia: è un soggetto politico con una propria voce, che però resta inserito in un’architettura statale e militare più ampia.
L’interesse degli Stati Uniti non nasce con Trump
È importante chiarirlo subito: Trump non ha inventato l’interesse americano per la Groenlandia!
Gli Stati Uniti tentarono già di comprarla nel 1867 e di nuovo nel 1946, offrendo alla Danimarca 100 milioni di dollari in oro. Entrambe le volte Copenhagen rifiutò (Britannica).

Durante la Guerra Fredda, però, gli USA ottennero ciò che davvero contava: una presenza militare stabile. La base di Thule (oggi Pituffik Space Base) divenne un pilastro della difesa nordamericana, fondamentale per il sistema di allerta precoce contro missili sovietici lanciati attraverso il Polo Nord.
Ancora oggi quella base è parte integrante dell’architettura difensiva statunitense e della NATO.
Perché oggi la Groenlandia è ancora più strategica
1. Geografia e controllo dell’Artico
La Groenlandia occupa una posizione chiave tra Nord America ed Europa. È centrale nel cosiddetto GIUK Gap (Greenland–Iceland–United Kingdom), uno dei principali corridoi marittimi e aerei tra Russia e Atlantico settentrionale.
Con l’aumento delle attività militari russe nell’Artico e la riapertura di rotte navali un tempo impraticabili a causa della banchisa artica (oggi divenute agibili in conseguenze della crisi climatica), controllare o influenzare la Groenlandia significa controllare l’accesso al Nord Atlantico (Britannica).
Controllare la Groenlandia, quindi, offre influenza sulle rotte verso il Nord Atlantico, sorveglianza radar (Thule Air Base) e accesso alle nuove vie marittime, bloccando o monitorando transiti russi e cinesi tra Atlantico e Pacifico. Questo spiega le recenti esercitazioni NATO come Arctic Endurance contro la “militarizzazione” russa (SkyTG24).
2. Risorse naturali e terre rare
Sotto i ghiacci della Groenlandia si trovano terre rare, rame, nichel, zinco, grafite, uranio e potenziali giacimenti di petrolio e gas. Non tutte queste risorse sono facilmente estraibili oggi, ma il riscaldamento globale sta rendendo l’isola sempre più accessibile.

Le terre rare, in particolare, sono fondamentali per batterie, turbine eoliche, smartphone, sistemi militari e tecnologie avanzate. Ridurre la dipendenza dalla Cina, che oggi domina questo mercato, è una priorità strategica per Washington (Anadolu Agency).
3. Competizione con Russia e Cina
La Cina si definisce uno “Stato quasi-artico” e ha investito in infrastrutture, miniere e ricerca nella regione. La Russia, dal canto suo, ha riattivato basi militari e rafforzato la propria flotta artica.
Dal punto di vista statunitense, perdere influenza sulla Groenlandia significherebbe lasciare spazio ai rivali strategici in una delle aree più sensibili del pianeta (Britannica).
La posizione di Danimarca e Groenlandia
Le reazioni all’idea di un’acquisizione americana sono state nette: la Danimarca ha ribadito che la Groenlandia non è in vendita, sottolineando che la cooperazione con gli USA deve avvenire nel quadro NATO e nel rispetto della sovranità (ANSA).
Per parte loro i leader groenlandesi hanno dichiarato che qualsiasi decisione sul futuro dell’isola spetta ai groenlandesi stessi, non a potenze straniere (Reuters).
Secondo i sondaggi, la stragrande maggioranza della popolazione è contraria all’annessione agli Stati Uniti, pur mantenendo rapporti stretti con Washington (Euronews).
Il nodo cruciale: NATO e articolo 5
Qui si arriva al punto più delicato!
La Danimarca è uno dei membri fondatori della NATO. La Groenlandia, pur non essendo uno Stato sovrano, rientra a pieno titolo nel territorio danese.
Questo significa che un attacco alla Groenlandia da parte di uno Stato esterno attiverebbe l’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, cioè la difesa collettiva.
Se, in uno scenario estremo e teorico, fossero gli Stati Uniti ad attaccare la Groenlandia, si avrebbe un’aggressione di un Paese NATO contro un altro Paese NATO.
Una situazione del genere sarebbe senza precedenti e metterebbe in crisi l’intera architettura dell’Alleanza, come sottolineato da diversi analisti e politici europei (The Guardian).
Non esiste una procedura automatica per “escludere” uno Stato aggressore dall’Articolo 5: tutto si risolverebbe sul piano politico, con conseguenze potenzialmente devastanti per la NATO stessa.
Cosa sta succedendo davvero oggi
Al di là delle dichiarazioni aggressive, mi sembra di capire che non esistono segnali concreti di un’azione militare statunitense (mi tengo sul vago perché con Trump è impossibile prendere per buone le previsioni degli analisti, visto che anche loro navigano a vista). Al contrario, gli Stati Uniti continuano a rafforzare la cooperazione con Danimarca e Groenlandia all’interno della NATO, aumentando la presenza congiunta nell’Artico (Financial Times).
La strategia reale sembra essere quella dell’influenza economica, militare e diplomatica, non dell’annessione formale.
Conclusione: più che una provocazione, un sintomo
L’idea di “comprare la Groenlandia” è giuridicamente irrealistica: non si parla solo di un pezzo di terra (e ghiaccio), ma di 56000 esseri umani che, in una situazione del genere, sarebbero defraudati del diritto all'autodeterminazione.
La mossa di Trump è però estremamente rivelatrice del mondo in cui stiamo entrando. Racconta di un Artico che sta diventando uno dei nuovi epicentri della competizione globale; della crescente importanza delle risorse strategiche; della fragilità delle alleanze tradizionali in un sistema internazionale sempre più multipolare; e del ruolo sempre più centrale dei territori autonomi e delle popolazioni locali nelle grandi dinamiche geopolitiche.
La Groenlandia, infatti, nonpuò essere considerata semplicemente come una casella vuota su una scacchiera. Come ho anticipato, è un territorio abitato, con diritti, interessi e - come abbiamo visto in questi ultimi giorni - una voce politica sempre più consapevole.
E se gli accordi internazionali hanno ancora un significato, è forse proprio questo il vero limite alle ambizioni di qualsiasi grande potenza.
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