La nuova strategia della tensione
- Angelo Soro
- 14 apr 2025
- Tempo di lettura: 10 min
Dal terrore delle bombe alla politica della paura dei giorni nostri

Introduzione
Alcune stagioni della storia sembrano scolpite più profondamente nella memoria collettiva che nei libri di scuola. La Strategia della Tensione è una di queste.
Un’epoca in cui l’Italia non fu soltanto teatro di una lunga scia di sangue, ma campo di battaglia invisibile di forze interne ed esterne, unite dall’obiettivo di piegare la democrazia attraverso la paura.
Bombe, depistaggi, trame nere e rosse, golpe sfiorati e silenzi istituzionali non furono un caso, ma strumenti precisi di controllo e indirizzo.
A distanza di decenni, quella tensione non è scomparsa, si è trasformata. Oggi, senza esplosioni e senza carri armati, viviamo un’epoca in cui la paura è ancora l’arma principale usata per plasmare il consenso, per legittimare restrizioni, per soffocare il dissenso.
Nei prossimi paragrafi propongo un breve ripasso di quegli anni, al solo scopo di riaccendere i ricordi sopiti, mentre gli ultimi paragrafi li ho dedicati a una breve personale lettura del cosiddetto “DL Sicurezza”.
La Guerra Fredda e il destino italiano
L’Italia della seconda metà del Novecento era molto più di una giovane democrazia uscita dalla guerra e dal fascismo. Era un tassello geopolitico cruciale nel mosaico della Guerra Fredda, collocata tra il mondo occidentale e la sfera d’influenza sovietica.
Questa posizione aveva reso il nostro Paese una sorta di laboratorio, un campo di addestramento per la manipolazione politica. L’elettorato italiano era, nel Dopoguerra, fortemente polarizzato: da una parte la Democrazia Cristiana, garante della fedeltà atlantica, dall’altra il Partito Comunista Italiano, che godeva di ampio consenso popolare e che, pur rispettando la Costituzione, rappresentava agli occhi delle élite occidentali conservatrici una gravissima minaccia.
Per evitare un avvicinamento dell’Italia al blocco sovietico - anche solo tramite un compromesso storico tra DC e PCI -la CIA, i servizi segreti italiani, la NATO e gruppi paramilitari come Gladio misero a punto una strategia di condizionamento profondo.
Non bastava spiare o sorvegliare. Occorreva creare nel Paese un clima tale da spingere i cittadini stessi a “scegliere la sicurezza” offerta dal blocco occidentale, anche al prezzo di libertà e diritti civili.
Il Piano Solo: un colpo di Stato in guanti bianchi
Nel 1964, l’Italia fu più vicina di quanto si immagini a una deriva autoritaria. Con la scusa di un’operazione di “sicurezza straordinaria” in caso di tumulti sociali, il generale Giovanni De Lorenzo, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri (già a capo del SIFAR), ideò un piano di intervento denominato Piano Solo. Tra gli estensori del piano vi erano William Harvey, della CIA, e Renzo Rocca, uomo del SIFAR legato a Gladio.
Dietro la cortina di legittimità, si nascondeva un progetto golpista vero e proprio: migliaia di uomini pronti a occupare i centri nevralgici dello Stato, arrestare leader sindacali, dirigenti della sinistra e intellettuali critici. I nomi erano annotati in elenchi neri, e il piano prevedeva la loro deportazione in Sardegna presso una delle basi di Gladio.
A promuovere il disegno, oltre a De Lorenzo, vi era il Presidente della Repubblica Antonio Segni, esponente dell’ala più conservatrice della Democrazia Cristiana. Il golpe non si concretizzò mai sul piano militare, ma ottenne comunque il risultato politico voluto: il Presidente del Consiglio Aldo Moro, sotto pressione, accettò di limitare il programma di riforme e ridimensionare l’alleanza di governo con il Partito Socialista di Pietro Nenni.
Il Piano Solo segnò la nascita di una modalità tutta italiana di “colpo di Stato”: non più con i carri armati per strada, ma attraverso il condizionamento occulto delle scelte politiche e la minaccia latente di un intervento armato.
Il Golpe Borghese: l’Italia a un passo dalla dittatura
Se il Piano Solo fu un golpe silenzioso, il Golpe Borghese fu un piano militare vero e proprio, che arrivò a un soffio dall’essere attuato. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, gruppi di neofascisti di Ordine Nuovo, ex militari e ex membri della Xª MAS, capeggiati da Junio Valerio Borghese, si prepararono a occupare ministeri, la sede della RAI, e il Quirinale.
Il piano, chiamato “Operazione Tora Tora”, era frutto di mesi di preparazione e coinvolgeva settori dei servizi segreti, dell’esercito e del mondo industriale. I golpisti attendevano solo un segnale: l’Italia stava per cadere nelle mani di una nuova dittatura, questa volta con tinte nere e monarchiche.
Ma qualcosa andò storto. All’ultimo momento, Borghese annullò tutto. La ragione di questo dietrofront rimane avvolta nel mistero. Forse ordini provenienti dagli Stati Uniti, dalla NATO o da ambienti interni ai servizi che, temendo un collasso della facciata democratica, fecero pressione per fermare l’azione.
Il processo che seguì ridimensionò il tutto a una “sceneggiata” tra camerati, ma documenti e testimonianze raccolti nel tempo raccontano una verità diversa: il tentativo fu reale e concreto. Se non avesse fallito, l’Italia avrebbe probabilmente vissuto una dittatura militare, in linea con i regimi di destra già insediati in Grecia (dittatura dei colonnelli) o in Spagna (dittatura franchista).
Il Golpe Bianco di Edgardo Sogno
Diverso nello stile, ma identico nella sostanza, fu il Golpe Bianco progettato da Edgardo Sogno.
Un personaggio che spiazzava: ex partigiano monarchico, medaglia d’oro, diplomatico e fervente anticomunista, Sogno incarnava una figura rispettabile che però tramava per sovvertire la Repubblica.
Il suo progetto -concepito all’inizio degli anni Settanta- non prevedeva carri armati nelle strade, ma un “golpe morbido”: la sospensione della Costituzione, lo scioglimento del Parlamento, la creazione di un governo di tecnici fortemente sostenuto dalle forze armate e dagli ambienti industriali.
I suoi appunti, sequestrati durante l’inchiesta, parlavano chiaramente di “presidio democratico”, un eufemismo per non parlare chiaramente di un colpo di mano. A sostenerlo c’erano ambienti finanziari, imprenditoriali e diplomatici, oltre ad alcuni esponenti dei servizi segreti e della massoneria
Arrestato nel 1974 e poi prosciolto, Sogno non negò mai di aver cospirato per riformare la Repubblica in senso presidenzialista e anticomunista, ma respinse ogni accusa di voler attuare un golpe violento. La sua rete di contatti, però, dimostrava ben altro: politici, industriali, militari, tutti pronti a sostenere una “restaurazione” autoritaria se la sinistra avesse ottenuto più spazio nel governo.
Il Golpe Bianco rivelava una verità già nota: in Italia la minaccia alla democrazia non arrivava solo da bande di neofascisti, ma anche da settori rispettabili dell’alta borghesia e dello Stato, pronti a tutto pur di bloccare il cambiamento.
Gladio: l’esercito invisibile della NATO
Dietro questi episodi, si nascondeva una struttura ancora più inquietante: Gladio. Formalmente, Gladio era una “rete stay-behind”, nata per organizzare la resistenza armata in caso di invasione sovietica. Nella pratica, era molto di più.
Creata negli anni ’50 sotto la regia della CIA e con il beneplacito della NATO e dei nostri servizi segreti, Gladio aveva basi, armamenti, addestramento e un piano di operazioni segrete. Non un gruppo di patrioti, ma un vero e proprio esercito invisibile pronto ad agire nel silenzio.
Il 24 ottobre 1990, l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti fu costretto a rivelarne l’esistenza davanti al Parlamento, dopo che indagini della magistratura e un servizio di Ennio Remondino trasmesso dal TG1, avevano ormai reso impossibile la sua copertura.
Le indagini successive collegarono Gladio a molte delle pagine più oscure della storia italiana: tentativi di golpe, depistaggi, e persino alcuni degli attentati più eclatanti. I documenti desecretati mostravano come Gladio fosse più di una rete difensiva: era un’arma politica, creata per mantenere l’Italia allineata all’Occidente, anche a costo di destabilizzarla.
Il Piano Demagnetize: la guerra psicologica contro l’Italia
Tra i documenti più inquietanti emersi dagli archivi NATO e dalle inchieste parlamentari degli anni ‘90, uno dei più significativi resta il Piano Demagnetize. Si trattava di un programma elaborato dagli USA (successivamente approvato dal Psychological Strategy Board) con il quale il governo americano, d’intesa con quello italiano, intendeva porre un argine ad ogni attività comunista nel paese e, per così dire, “smagnetizzare” il consenso verso i partiti comunisti e socialisti in Europa occidentale, Francia e Italia in testa.
Non si trattava di un piano militare, ma di una vera operazione di guerra psicologica, la cui arma non erano i carri armati, ma la paura, l’instabilità, il terrorismo e l’informazione manipolata.
Il Piano Demagnetize prevedeva di:
alimentare disordini e conflitti sociali,
orchestrare attentati e attribuirli a gruppi estremisti per depistare le indagini,
infiltrare agenti nei sindacati per depotenziarne l’influenza nelle fabbriche,
condizionare l’informazione pubblica attraverso infiltrazioni nei media,
rafforzare il ruolo degli apparati di sicurezza e dei servizi segreti.
Il fine ultimo era uno: far percepire la sinistra, e chiunque chiedesse cambiamento sociale, come una minaccia per l’ordine pubblico e la stabilità dello Stato. La paura avrebbe dovuto spingere la popolazione verso scelte “sicure”, favorendo governi conservatori e allineati all’Occidente.
La strategia si basava su una logica cinica: più paura = meno democrazia = più stabilità geopolitica.
Per realizzare questi obiettivi, furono utilizzate vere e proprie strutture parallele: Gladio, Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e settori deviati dei servizi segreti italiani.
Le stragi italiane di quegli anni, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna, appaiono oggi, nel quadro della Strategia della Tensione, non come episodi isolati ma come tappe di un unico disegno.
Questa specie di guerra fredda interna, invisibile e subdola, segnò profondamente il tessuto democratico italiano. La tensione serviva a conservare lo status quo, a congelare la politica e a impedire che l’Italia potesse avvicinarsi a soluzioni progressiste.
Sì, ma le Brigate Rosse?
Come s’inquadra nella Strategia della Tensione il terrorismo rosso delle BR e della galassia di gruppi eversivi dell’estrema sinistra?
Ricordiamoci che la Strategia della Tensione fu un piano orchestrato da settori deviati dello Stato, dai servizi segreti, dalla P2 e da potenze straniere (CIA, NATO) per creare un clima di paura attraverso attentati e violenze, con lo scopo di giustificare uno Stato più autoritario e impedire l’ascesa della sinistra.
Le Brigate Rosse, invece, erano esattamente agli antipodi: nacquero come organizzazione rivoluzionaria marxista-leninista, con un obiettivo che potremmo sintetizzare in questo modo: abbattere lo Stato borghese attraverso la lotta armata e instaurare una dittatura del proletariato.
Tuttavia, pur avendo obiettivi radicalmente differenti, entrambe le forme di terrorismo finirono per alimentare lo stesso clima di instabilità e paura, favorendo il consolidamento di uno Stato più repressivo e il rafforzamento dei gruppi di potere che volevano mantenere l’Italia sotto l’influenza dell’Occidente.
In che modo il terrorismo rosso ha giovato alla Strategia della Tensione?
Gli attentati e i sequestri delle Brigate Rosse offrirono allo Stato il pretesto per inasprire leggi repressive e limitare le libertà democratiche.
Il terrorismo rosso fu utilizzato per demonizzare l’intera sinistra e rafforzare la teoria degli “opposti estremismi”, equiparando i partiti di sinistra ai gruppi armati.
Mentre il terrorismo neofascista fu coperto e protetto attraverso la disinformazione e i depistaggi, quello delle Brigate Rosse venne amplificato e strumentalizzato per giustificare una maggiore linea repressiva attraverso strumenti legislativi sempre più restrittivi nei confronti delle libertà personali (una su tutte: la Legge Reale, che concedeva poteri speciali alle forze di polizia per la tutela dell’ordine pubblico, prevedendo un inasprimento delle pene contro i reati legati ad episodi di violenza politica).
Quindi, pur essendo due fenomeni con obiettivi diversi, il terrorismo nero e quello rosso finirono per servire lo stesso scopo: creare paura e instabilità per favorire il controllo dello Stato.
La nuova strategia della tensione: la paura come politica
Se gli anni ’60 e ’70 hanno avuto le bombe, gli anni 2000 e 2020 hanno avuto un’arma più sottile, ma altrettanto efficace: la manipolazione della paura come strumento politico.
Non servono più ordigni nelle piazze, né golpe in uniforme: oggi la strategia della tensione si declina nel linguaggio della propaganda, dei social media, delle narrazioni tossiche che dividono e alimentano l’odio.
Le destre di governo hanno ereditato, consapevolmente o meno, la lezione della paura, perfezionandola nel quadro di una democrazia apparente.
L’attuale destra italiana, come quella di altri paesi occidentali, costruisce il proprio consenso creando costantemente nemici interni: i migranti, i rifugiati, le ONG, gli intellettuali, la magistratura indipendente, i sindacati, la stampa non allineata, il fantomatico gender.
Questa narrazione polarizza e divide il Paese tra “buoni cittadini patrioti” e “traditori”, tra chi accetta l’ordine costituito e chi viene dipinto come minaccia alla sicurezza nazionale. Ogni emergenza, reale o costruita che sia, diventa il pretesto per introdurre leggi liberticide, limitazioni dei diritti civili, restrizioni alla libertà di stampa e manifestazione.
Le tecniche sono raffinate:
si enfatizza la criminalità come fenomeno dilagante, anche quando i dati reali lo smentiscono;
si dipingono le ONG come “taxi del mare” o “complici dei trafficanti”;
si criminalizzano le proteste sociali, bollando chi dissente come “sabotatori della nazione”;
si utilizzano decreti sicurezza e ordinanze per limitare il diritto di sciopero e di manifestare dissenso.
Tutto questo si traduce in un clima sociale simile a quello indotto negli anni ‘70 dalle bombe: una tensione continua, che giustifica l’erosione progressiva della democrazia e trasforma la paura in disciplina sociale.
Oggi, a cinquant’anni di distanza dalla promulgazione della Legge Reale, ci interroghiamo sul concatenarsi nel tempo di norme repressive, leggi speciali e pacchetti sicurezza. Una serie di dispositivi ormai stratificati, di cui il Decreto Legge 11 aprile 2025 n. 48, successivamente convertito in Legge (l’approvazione del Senato è arrivata il 4 giugno 2025), è soltanto l’ultimo di una lunga serie.
Nonostante l’intento di rafforzare la sicurezza e l’efficienza del sistema, a un primo esame del testo emergono diverse criticità: una strutturale frammentarietà degli interventi, che spaziano in settori molto eterogenei senza una visione unitaria; la presenza di norme che potrebbero comprimere le libertà individuali, specie in relazione al diritto di manifestare e di muoversi liberamente; e la debolezza progettuale delle misure di attuazione, in particolare per quanto riguarda i beni confiscati e le riforme penitenziarie.
A ciò si aggiunge una riflessione più ampia e politica: il reiterato ricorso alla decretazione d’urgenza come strumento ordinario di legislazione, spesso privo dei requisiti reali di necessità e urgenza, rischia di trasformarsi in una strategia di governo per eludere il dibattito parlamentare e accentrare il potere decisionale. In questo senso, il Decreto Sicurezza rappresenta non solo un potenziale vulnus per l’equilibrio dei poteri costituzionali, ma anche un segnale di progressivo svuotamento della funzione rappresentativa del Parlamento. Le osservazioni critiche sollevate dall’Associazione Nazionale Magistrati e da numerosi costituzionalisti richiamano l’attenzione su questo punto: dietro l’alibi dell’emergenza, si costruiscono norme permanenti, senza una reale mediazione democratica, con effetti che potrebbero risultare lesivi del principio di legalità, del giusto processo e, più in generale, dello Stato di diritto.
Conclusioni: nuvole all’orizzonte
La Strategia della Tensione non è stata una parentesi chiusa, ma una forma di governo non dichiarata. Ieri le bombe, oggi la propaganda. Ieri i carri armati pronti, oggi la censura soft e la disinformazione.
L’Italia resta un paese fragile, il cui equilibrio democratico è sempre minacciato da chi usa la paura come leva di potere. Oggi non servono più piani segreti come il “Piano Demagnetize” per orientare le scelte dei cittadini: bastano social network, notiziari compiacenti e decretazioni d’urgenza scritte su misura per soffocare il dissenso.
Le nuvole che si addensavano sull’Italia durante il periodo della strategia della tensione non sono sparite: si sono trasformate.
Riconoscerle è il primo passo per non ripetere gli stessi errori, per non cadere in quelle trappole.
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