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Insurrection Act e Strategia della Tensione: quando il caos diventa governo

  • Immagine del redattore: Angelo Soro
    Angelo Soro
  • 26 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 31 gen

Come la paura e l’emergenza possono diventare strumenti di governo, dall’Italia della Guerra Fredda agli Stati Uniti di oggi


L'ICE in azione a Minneapolis (Getty Image)
L'ICE in azione a Minneapolis (Getty Image)

Premessa (doverosa)

Negli ultimi mesi, osservando ciò che accade negli Stati Uniti, una domanda ha iniziato a farsi strada nel dibattito pubblico: stiamo assistendo a dinamiche che ricordano, almeno in parte, la Strategia della Tensione che segnò l’Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta?

E cosa accadrebbe se, in ipotesi, il Presidente degli Stati Uniti decidesse, come ha più volte minacciato, di ricorrere all’Insurrection Act?


Per me che tratto da tempo, anzi, maneggio con estrema attenzione le storie di quel periodo, è stato naturale iniziare a interessarmi e cercare informazioni sull'argomento.


A un primo sguardo sembra naturale accostare la ferocia dell'ICE a quella dei neofascisti che infiammarono e terrorizzarono l'Italia della Strategia della Tensione. Ma non ci si può fermare al primo sguardo, non si può osservare solo la superficie di un fenomeno. Ci si deve immergere per comprendere.


Perciò partiamo dalle basi.

 

Per affrontare l'argomento è necessaria una precisazione fondamentale: la Strategia della Tensione non fu semplicemente sangue e terrore. Soprattutto non si trattò dello Stato che usa apertamente e unicamente la forza.

Fu qualcosa di più complesso e sottile: una forma di instabilità politicamente funzionale, capace di produrre caos, paura e insicurezza non per distruggere la democrazia, ma per svuotarla, orientarla, restringerne il raggio d’azione.

 

Questo post prende le mosse dalla storia italiana per interrogarsi sull’attualità statunitense. Non per sovrapporre contesti diversi, ma per capire se alcune logiche – non giuridiche, bensì funzionali e strategiche – possano ripresentarsi sotto forme nuove.

 


Cos’era davvero la Strategia della Tensione 

In Italia, tra gli anni Sessanta e Ottanta, la Strategia della Tensione non fu il risultato di un grande complotto centralizzato.

Fu piuttosto una convergenza di interessi e di attori: settori dello Stato, apparati di sicurezza deviati, gruppi eversivi utilizzati come strumenti, il tutto inserito nel contesto internazionale della Guerra Fredda.

L’obiettivo non era instaurare una dittatura esplicita, ma impedire trasformazioni politiche considerate pericolose. In quegli anni, infatti, tra la metà degli anni Sessanta e i Settanta, il Partito Comunista Italiano e le forze di sinistra registravano successi elettorali sempre più significativi, con un consenso in costante crescita.

In questo contesto, l’area dei partiti conservatori e gli Stati Uniti guardavano con forte preoccupazione a un possibile spostamento a sinistra del Paese, temendo il cosiddetto “salto del muro” da parte di un governo italiano. È anche per questo che vennero agevolate e, in alcuni casi, sostenute quelle forze che contribuirono a mettere in atto la Strategia della Tensione.

Il metodo era indiretto: violenza attribuita a forze incontrollabili (le stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e molti altri, di acclarata matrice neofascista, furono agevolate e coperte attraverso depistaggi da apparati deviati dello Stato), paura diffusa nella popolazione, richiesta sociale di ordine, rafforzamento dell’esecutivo e degli apparati di sicurezza, delegittimazione del conflitto sociale e delle sinistre.

 

La democrazia non veniva abolita formalmente. Veniva compressa.

 


L’Insurrection Act: la legge che trasforma l’emergenza in potere 

Negli Stati Uniti non esiste una Strategia della Tensione nel senso storico italiano. Esiste però uno strumento che incombe come una spada di Damocle sull’equilibrio democratico: l’Insurrection Act.

 

Approvato nel 1807, durante la presidenza di Thomas Jefferson, l’Insurrection Act nasce in un’America ancora fragile, attraversata da rivolte interne e dal timore che il governo federale non fosse in grado di far rispettare le proprie leggi. È una norma eccezionale perché infrange uno dei tabù fondamentali della democrazia americana: l’idea che l’esercito non debba essere usato contro i cittadini sul territorio nazionale.

 

Normalmente l’ordine pubblico è affidato alle polizie locali, agli Stati federati e alla Guardia Nazionale sotto il controllo dei governatori. L’Insurrection Act consente invece al Presidente di scavalcare le autorità statali, assumere il controllo della Guardia Nazionale e impiegare forze armate federali, incluso l’esercito regolare.

 

Il punto più delicato è che questa decisione non richiede l’approvazione del Congresso, non prevede limiti temporali rigidi e si basa in larga parte sulla valutazione discrezionale del Presidente, che stabilisce quando una situazione costituisca un’insurrezione o una minaccia all’ordine costituzionale.

 


La paura come leva politica 

L’Insurrection Act non è pensato per gestire un conflitto politico interno strutturale e permanente, tipico di una società iper-mediatizzata e polarizzata. Nasce per emergenze circoscritte. Ma oggi può essere invocato in un contesto in cui il conflitto è diventato strutturale.

 

Secondo una parte del discorso politico e mediatico statunitense, il concetto di “minaccia interna” si è progressivamente ampliato: proteste sociali, movimenti politici, migranti, città descritte come fuori controllo, attivisti dipinti come nemici dell’ordine e della nazione. In questo scenario, l’Insurrection Act rischia di trasformarsi da strumento di ultima istanza in leva politica.


Bruce Springsteen - Streets Of Minneapolis

 

Non è più necessario risolvere il conflitto. È sufficiente dimostrarne l’esistenza, mostrarne le immagini, raccontarlo come permanente. Quando la paura diventa stabile, l’uso della forza straordinaria smette di apparire tale e diventa normale.

 

L’Insurrection Act non sospende formalmente la Costituzione, ma ne sposta l’equilibrio: rafforza l’esecutivo e riduce lo spazio del dissenso senza bisogno di colpi di Stato o rotture istituzionali. È per questo che oggi fa paura: non perché garantisce l’ordine, ma perché può trasformare l’emergenza in una condizione politica permanente.



Legalità e funzione: una differenza cruciale

Qui emerge una differenza fondamentale rispetto all’Italia degli anni Settanta. La Strategia della Tensione operava spesso nell’ombra, attraverso pratiche illegali e una sistematica negazione ufficiale. L’Insurrection Act, invece, è pienamente legale ed è uno strumento formale nelle mani del Presidente.

 

Ma legalità non significa automaticamente innocuità. Se la forma cambia, la funzione può restare simile.

 

In Italia, la percezione della minaccia interna veniva costantemente alimentata per giustificare misure straordinarie. Anarchici, estremisti e piazze considerate fuori controllo diventavano figure funzionali a mantenere la società in uno stato di allerta permanente, in cui l’ordine pubblico giustificava deroghe continue alle regole democratiche.

 

Negli Stati Uniti di oggi, la minaccia assume altri nomi – terrorismo interno, migranti, attivisti, città ingovernabili – ma, dal punto di vista funzionale, la dinamica tende a essere la stessa: la minaccia non deve essere risolta, deve essere percepita come permanente.

 

Perché gli USA non sono l’Italia degli anni Settanta

Ora però serve onestà storica.

L’Italia degli anni Settanta era uno Stato fragile, con equilibri politici bloccati, servizi segreti opachi e forti interferenze esterne legate alla Guerra Fredda. Gli Stati Uniti dispongono invece di istituzioni più robuste, di un sistema federale che distribuisce il potere, di una magistratura indipendente e di una stampa aggressiva.

 

Questo rende impossibile una Strategia della Tensione nel suo formato classico: clandestina, basata su apparati paralleli e sulla negazione ufficiale. Ma non rende impossibile l’uso politico della paura e dell’emergenza.

Al contrario, rende possibile una versione dichiarata, a cielo aperto.

 

Negli Stati Uniti non servono bombe senza firma. Serve una narrativa costante, immagini di caos, un uso selettivo della forza, un nemico interno riconoscibile. Non si dice più “non sappiamo chi è stato”, ma “sappiamo chi sono, ed è per questo che servono poteri eccezionali”.

 

In senso metaforico, potremmo definirla una Strategia della Tensione senza segreti.

 


Conclusione 

In uno Stato democratico classico, il caos è un fallimento.

In uno Stato securitario, il caos è una risorsa politica.

 

Gli Attentati, gli scontri, la paura precedono la richiesta di ordine da parte della popolazione e l’accettazione di misure eccezionali.

Così, il caos non solo smette di essere un incidente da evitare, ma si trasforma in una vera e propria tecnologia di governo, funzionale a mantenere o consolidare il controllo politico.

 

La Strategia della Tensione serviva a far sì che gli equilibri interni al Paese restassero ancorati su posizioni di centro, che i governo restassero fedeli al Patto Atlantico e, quindi, il l'Italia non subisse influenze sgradite agli USA e alla NATO.

In poche parole: L'Italia era una democrazia limitata.


L’Insurrection Act può servire a far funzionare la democrazia solo quando conviene.

 

In entrambi i casi, il caos non è un incidente. È una tecnologia di governo.




Questo articolo è tratto dall’episodio speciale del podcast Ombre Italiane, stagione 3.

 

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