Il Freccia del Sud: il dolore dell’oblio
- Angelo Soro
- 14 feb
- Tempo di lettura: 14 min
Per decenni è stata una strage senza nome e senza responsabili. A vegliare sul ricordo e cercare giustizia erano solo le vittime e i loro cari.

In questo post leggerete di una disastro caduto nell’oblio, leggerete la storia di una ferita ancora aperta - una delle tante - che ha segnato la storia della nostra giovane Repubblica.
È la strage del Freccia del Sud, avvenuta nel 1970 nei pressi della stazione di Gioia Tauro, in Calabria.
Una tragedia che fece sobbalzare nuovamente l'opinione pubblica, a pochi mesi di distanza dalla strage di Piazza Fontana.
Perché raccontarla, se la stampa da tempo non ne parla più? Se fino a qualche anno fa veniva ricordata solo come un incidente ferroviario, un errore umano o il risultato della scarsa manutenzione dei binari? Se, nelle cerimonie di commemorazione, davanti a una lapide in stazione a Gioia Tauro si ritrovano soltanto i famigliari delle vittime e, talvolta, un sindaco più sensibile del solito?
Perché non esistono stragi importanti e stragi secondarie!
Non esistono le stragi di serie B.
Le vittime e i loro parenti hanno la stessa dignità delle vittime e dei parenti di stragi più conosciute.
Eppure l’oblio avvolge questo terribile episodio da molti anni. Troppi.
Per ricordarla dobbiamo spostarci a Sud, nel profondo Sud, dove sembrava improbabile che gli strateghi della tensione approdassero: troppo lontano dal cuore del Paese, troppo nascosto agli occhi dei giornali.
Eppure anche il Mezzogiorno d'Italia pianse le sue vittime e conobbe il sangue della Strategia della Tensione.
Cosa troverete in questo post:
Il treno dei sogni
Nei primi anni ’70 gli spostamenti avvenivano prevalentemente su autobus o su treni delle Ferrovie delle Stato: le effe esse.
Sebbene l’Italia fosse già dotata di una rete autostradale importante, i salari del tempo non permettevano a tutti di possedere un’automobile, per questo motivo il trasporto su binari era il mezzo più utilizzato dagli italiani per spostarsi fuori città.
Ci si accomodava negli scompartimenti e si arrivava a destinazione sobbalzando sui binari della nostra ramificata rete ferroviaria.
Il Freccia del Sud rappresentava il collegamento fisico tra il profondo sud dell'Italia e il nord.
Venne istituita il 23 maggio 1953 e in 22 ore e 55 minuti da Siracusa si arrivava a Milano.
Per gli standard dell'epoca la sua velocità era elevatissima: in media 72 km/h.
Era anche il treno dei migranti, delle valigie di cartone chiuse con lo spago, delle speranze di una vita migliore.
Il treno correva lungo la Sicilia con fermate in città come Catania e Messina.
Per attraversare il tratto di mare veniva imbarcato su un traghetto.
Dopo l'attraversamento riprendeva il suo percorso in Calabria lungo la linea tirrenica attraversando città come Villa San Giovanni, Reggio Calabria e Gioia Tauro. E il treno continuava il suo viaggio risalendo la penisola, passando per importanti snodi ferroviarie come Napoli, Roma, Firenze, Bologna e infine arrivando al capolinea di Torino.
Quel fatale 22 luglio del 1970, il Freccia del Sud, partito da Siracusa e diretto a Torino, viaggiava spedito verso la fermata di Gioia Tauro, in Calabria.
A bordo circa 200 persone, incluso un gruppo di 50 pellegrini diretti a Lourdes.
Ma intorno alle 17.10, in vista della stazione, i macchinisti percepiscono un violento sobbalzo. Temendo il peggio attivano il freno rapido di emergenza. Il treno inizia a rallentare ma inaspettatamente deragliano alcune carrozze dai binari.
All'arrivo dei soccorsi il lungo convoglio era spezzato. La locomotiva e le prime 5 carrozze erano ferme sul binario a soli 30 metri dalla stazione di Gioia Tauro, mentre alcuni vagoni erano di traverso sulla linea ferroviaria e altre si erano parzialmente ribaltati.

L'incidente causa 6 morti e oltre 70 feriti, di cui molti versano in condizioni gravi in vari ospedali della zona. Le persone decedute si trovavano tra la nona e l'undicesima carrozza del treno.
Questo è il bilancio di una strage che per anni fu raccontata come un incidente ferroviario, un errore tecnico, una fatalità, ma non era così.
Quel disastro, inizialmente attribuito a un guasto, fu insabbiato da un'opera di depistaggio tra i più vergognosi nella storia delle stragi italiane.
La verità non doveva emergere.
Ma per qualcuno la verità alleggiava sui rottami sparsi tra i binari: nei corridoi della Procura si sussurrava di una carica di tritolo piazzata sui binari.
Era, a tutti gli effetti, il primo grave attentato ferroviario del sud Italia.
Ma nessuno voleva svelarlo all’opinione pubblica e le voci di corridoi non bastano a far crollare le certezze emerse dagli accertamenti dei tecnici.
Quell’attentato era una vera e propria azione terroristica che si inseriva tra due elementi: l'infuocato clima politico e sociale per la decisione di assegnare il capoluogo della Calabria a Catanzaro, anziché a Reggio, e quello terroristico della strategia della tensione che preoccupava l'opinione pubblica.
Perché Gioia Tauro? Perché proprio il luglio del 1970?
La risposta si trova, come ho accennato, nel contesto politico e sociale.
Immaginate una città che si sente tradita, una città che per decenni ha lottato, ha creduto in un futuro di sviluppo per poi vedersi negare ciò che riteneva suo di diritto.
Questa era Reggio Calabria nel 1970 quando il governo centrale decise di assegnare a Catanzaro il ruolo di capoluogo di regione.
Non era una semplice questione di prestigio ma la paura di essere tagliati fuori dai flussi di denaro e dallo sviluppo economico.
La tensione, già palpabile, esplose in una rivolta popolare che passò alla storia come la Rivolta di Reggio.
In quel clima di rabbia e frustrazione emerse una figura carismatica e controversa, Ciccio Franco, sindacalista della CISNAL, il sindacato vicino al Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante.
Franco divenne il leader del Comitato d'Azione per Reggio Calabria, un'organizzazione eterogenea che cavalcò l'onda del malcontento popolare.
Il loro slogan, “boia chi molla”, divenne il grido di battaglia che risuonava tra le barricate.
Un motto che faceva parte dei simboli distintivi del movimento fascista e poi del regime durante il ventennio e che, nel secondo dopoguerra, divenne simbolo della destra politica e neofascista italiana.
La rivolta, inizialmente una protesta spontanea, fu rapidamente infiltrata e manipolata da gruppi di estrema destra, in un gioco di forze oscure che aveva un unico obiettivo: destabilizzare lo Stato.
E c'era chi voleva usare la Freccia del Sud come strumento di terrore per soffiare sul fuoco della protesta.
Dunque, non un incidente, non un caso, ma un messaggio: nessuno poteva sentirsi al sicuro. Neppure su un treno che univa il Sud al resto del Paese.
Rita Cacicia, Rosa Fassari, Andrea Gangemi, Nicolina Mazzocchio, Letizia Concetta Palumbo e Adriana Maria Vassallo pagarono con la vita quel piano crudele.
Erano insegnanti, casalinghe, funzionari di banca, vite spezzate a pochi metri della stazione di Gioia Tauro.
Vite di persone comuni, con famiglie che li attendevano a casa e progetti per il futuro. Esattamente come quelle delle persone che si trovavano nella sala della Banca dell’Agricoltura a Milano, qualche mese prima, al momento dell’esplosione della bomba.
L’odio cieco dei terroristi neofascisti, anche in questa terribile occasione, non aveva guardato in faccia nessuno. La morte si era presentata senza invito, era entrata senza bussare nelle vite dei passeggeri di quel treno.
A quelle sei povere vittime dobbiamo aggiungerne cinque
Altri cinque innocenti, morti in un inquietante incidente stradale, mentre portavano a Roma un dossier che avrebbe svelato la vera natura del deragliamento della Freccia del Sud e forse molto altro ancora.
Cinque giovani anarchici di Reggio Calabria poco più che ventenni, conosciuti come “i ragazzi della Baracca”.
Gianni Arricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Anne-Lise Borth, detta Muki.
Facevano parte della federazione anarchica giovanile italiana.
Si ritrovavano in una vecchia villa liberty abbandonata, sopravvissuta al terremoto di Messina del 1908. L'avevano ribattezzata La Baracca, un luogo che a Reggio era diventato il loro spazio di incontro, di confronto e di vita alternativa.

Giovanni "Gianni" Aricò era il leader carismatico del gruppo. Era un anarchico convinto. Contrario all'istituzione del matrimonio, sposò per procura la compagna tedesca Annelise Borth per permetterle di tornare in Italia. Per la cerimonia si fece accompagnare in municipio da un suo cugino travestito da donna, in un atto di protesta contro le convenzioni.
Fu lui a confidare alla madre, prima di partire per Roma, di aver scoperto cose che «...avrebbero fatto tremare l'Italia».
Angelo Casile era l'artista del gruppo, nell'estate del 1970 vinse il primo premio di un concorso di pittura a Locri (200.000 lire), ma non tenne il denaro: lo regalò ai suoi compagni per permettere loro di partecipare a una manifestazione nazionale contro la guerra in Vietnam.
Annelise Borth era una ragazza tedesca soprannominata Muki la Rossa per i suoi capelli. Arrivò a Reggio Calabria per un periodo di studio in Italia e conobbe Gianni Aricò, di cui divenne la compagna.
Francesco Scordo era il più giovane (18 anni) ed era un grande appassionato di musica. Fu lui a mettere in fuga due fascisti che avevano assaltato la Baracca, colpendoli con un badile.
Luigi Lo Celso, 20 anni, era l'unico del gruppo a non essere originario di Reggio Calabria, ma di Cosenza. Si unì al gruppo all'ultimo momento prima della partenza per Roma.
I ragazzi della Baracca: la strage di Gioia Tauro e oltre
Nello scenario caotico della rivolta di Reggio e del “deragliamento” del treno si muovono i ragazzi della Baracca, immergendosi in un'indagine parallela e molto rischiosa. Mentre le vie della loro città bruciano, loro cercano le prove di un legame tra la rivolta e i poteri che controllano il territorio.
Non hanno accesso a uffici o archivi segreti, le loro fonti sono la strada, i contatti con le persone, la raccolta di documenti, ritagli di giornale, fotografie e testimonianze dirette.
Si muovono come detective in un thriller, ricostruendo pezzo per pezzo la trama che unisce la politica, il terrorismo neofascista, la ‘ndrangheta e i servizi deviati dello Stato.
I servizi deviati non sono un'invenzione della dietrologia, ma una realtà emersa dalle inchieste sulle stragi neofasciste.
Si tratta di settori degli apparati di sicurezza, come il SID, il servizio informazione difesa, che in quegli anni agivano per finalità politiche e non istituzionali. La loro esistenza fu confermata dalle indagini su altri tragici eventi della strategia della tensione.
I ragazzi della Baracca avevano capito che il deragliamento del treno Freccia del Sud non era un incidente ma una mossa calcolata per terrorizzare la popolazione e gettare benzina sul fuoco della rivolta.
Le loro scoperte, messe insieme in un dossier, erano esplosive. Rivelavano i nomi dei neofascisti e degli ‘ndranghetisti coinvolti nell'attentato, il ruolo del Comitato d'Azione per Reggio e l'ombra lunga dei Servizi Segreti deviati.
Un dossier che, se fosse arrivato a destinazione, avrebbe potuto far crollare un castello di menzogne e svelare i segreti di una delle pagine più buie della storia d'Italia.
Il 6 settembre Gianni Aricò in una telefonata ai compagni di Roma li avvertiva di aver spedito per posta i risultati di un'inchiesta sull'incidente ferroviario di Gioia Tauro.
Anni dopo, la madre raccontò che il figlio le aveva confidato: «Abbiamo scoperto delle cose che faranno tremare l’Italia»
Ma quel materiale non arriverà mai a destinazione.
Nei giorni successivi succedono cose strane. Qualcuno entra nella sede del Misefari, il circolo anarchico di Reggio Calabria dedicato alla memoria di Bruno Misefari: spariscono rullini fotografici e documenti.
A casa delle famiglie degli anarchici iniziano ad arrivare telefonate di minaccia.
La tensione è altissima, eppure decidono di andare avanti.
Il dossier viene nascosto nella cuccia di Urlo, il cane che vive con loro alla Baracca.
Il 26 settembre, dopo una riunione della sinistra extraparlamentare a Vibo Valentia, si mettono in viaggio verso Roma. Vogliono partecipare a una manifestazione contro Richard Nixon e soprattutto consegnare a un avvocato del movimento tutta la documentazione raccolta sul caso.
Luigi Lo Celso è inquieto. Suo padre ha ricevuto una telefonata da ambienti vicini all'ufficio politico di Roma: sconsigliavano la partenza, racconta agli amici. Ma decide di partire ugualmente.
Poco dopo la mezzanotte, a 58 chilometri dalla capitale, la loro Mini Morris, per motivi mai chiariti, si schianta contro un autotreno fermo a bordo strada nei pressi di Ferentino.
L’auto dei ragazzi s’infila ad alta velocità sotto il paraurti posteriore del camion.
Le indagini proseguono fino al 28 gennaio 1971 quando la Procura di Frosinone, competente per territorio, archivia tutto come incidente stradale e il caso che non verrà mai più riaperto.
In tanti non credono all’incidente stradale. Troppe le cose che non tornano: le luci posteriori del camion intatte, la posizione della Mini e non solo.
Come avrebbero fatto i cinque ragazzi a non vedere l’automezzo fermo sulla loro destra?
Su tutto spicca la scomparsa del plico di cuoio marrone pieno di documenti, foto e bloc notes di appunti.
Il dossier dei ragazzi della Baracca
Ma cosa avrebbe dovuto contenere il dossier svanito nel nulla?
Secondo il collettivo anarchico reggino e alcuni testimoni che avevano partecipato alla redazione di quei documenti, si trattava di un’inchiesta su alcuni dei più gravi fatti di sangue che avevano sconvolto l’Italia negli ultimi anni.
In quel dossier si parla del deragliamento e della strage del treno a Gioia Tauro, il Freccia del Sud, della bomba di Piazza Fontana e di un filo rosso che collegava Reggio Calabria a Roma e conduceva a personaggi che progettavano e sostenevano un golpe: quello di Junio Valerio Borghese, che si sarebbe dovuto realizzare nel dicembre di quello stesso anno.
Si parla di collegamenti tra ‘ndrangheta e servizi segreti “deviati”, si parla della strategia della tensione.
Nel 1994 il giudice Guido Salvini riascolta testimonianze secondo cui sarebbe stato un omicidio politico, non un tamponamento casuale, a porre fine a quelle vite e ai dossier che stavano per essere resi pubblici.
Molti anni dopo, nel 2001, anche il procuratore Salvo Boemi, della DDA reggina, si esprime nel merito dicendosi “[…] convinto che quei cinque giovani avessero trovato dei documenti importanti. Non riesco a spiegarmi in altro modo la sparizione di tutte le carte che trasportavano nella loro utilitaria. È un caso che avrei desiderato approfondire […] ma esistono insormontabili problemi di competenza”. Boemi definì logica e plausibile l'ipotesi di una strage mascherata da incidente.
I ragazzi della baracca avevano capito l'ordito nascosto che connetteva ‘ndrangheta, neofascismo e servizi deviati e tentarono di portarlo alla luce, ma trovarono solo il buio di una morte prematura.
Le sentenze sull’attentato al treno
Mentre la vicenda dei cinque giovani si chiudeva tragicamente, la ricerca della verità sulla strage ferroviaria continuava a emergere, decennio dopo decennio.
Negli anni settanta l'inchiesta sulla morte dei ragazzi della Baracca era stata archiviata come incidente stradale.
Quella sulla sciagura ferroviaria di Gioia Tauro si era conclusa con l'assoluzione di tutti gli indiziati.
E i motti di Reggio? Spariti sotto il tappeto come polvere: furono catalogati come un sollevamento popolare, forse un po' populista, un po' campanilistico, ma niente di più.
Almeno così riportavano le cronache dell'epoca.
Nel 1993 qualcosa finalmente si muove.
E stavolta a parlare non sono giornalisti, né attivisti, né superstiti. Sono collaboratori di giustizia, pentiti di ‘ndrangheta. E quello che raccontano riapre ferite che si credevano chiuse.
Emergono legami oscuri tra criminalità organizzata eversione nera e insospettabili figure di potere.
In Calabria è in corso un'inchiesta fondamentale per capire la struttura della ‘ndrangheta: l'Operazione Olimpia, la più grande offensiva dello Stato contro le cosche reggine.
Ed è proprio in quel contesto, il 16 giugno del 1993, che due pentiti iniziano a parlare davanti al sostituto procuratore nazionale antimafia Vincenzo Macrì.
Raccontano che nel 1970 in Calabria si erano formate alleanze strategiche tra criminalità organizzata, movimenti eversivi neofascisti e ambienti politici della destra parlamentare.
Uno dei pentiti si chiama Giacomo Ubaldo Lauro, racconta di essere stato in contatto con Vito Silverini, detto Ciccio il Biondo, fascista di ferro, vicino al comitato di Ciccio Franco: il leader della rivolta di Reggio.

Lauro e Silverini si conoscono bene, si erano ritrovati anche in carcere condividendo la stessa cella, e fu lì, racconta Lauro, che Ciccio il Biondo si lasciò andare a una confessione.
Silverini avrebbe detto di aver ricevuto denaro dal Comitato d'Azione per posizionare l'esplosivo sulla linea Bagnara-Gioia Tauro, avrebbe descritto perfino i dettagli: la dinamite caricata su un Ape della Piaggio insieme a due complici, Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, la miccia a combustione lenta e infine l'attesa a poca distanza dei binari per vedere lo spettacolo.
Eppure per il dottor Macrì e gli inquirenti qualcosa non torna.
Le indagini svolte immediatamente dopo il disastro ferroviario di Gioia Tauro - così era classificato -, non trovarono alcuna traccia di esplosivo.
Insomma verità, mezze verità, millanterie. Lauro non viene ritenuto credibile.
Intanto a Milano il giudice Guido Salvini indaga sulla strage di Piazza Fontana e sull'attività di Avanguardia Nazionale. Nelle sue carte compare il nome di Giacomo Ubaldo Lauro.
Questa volta confessa di aver fornito lui stesso l'esplosivo a Silverini, Moro e Caracciolo e di aver ricevuto in cambio milioni di lire dal Comitato d'Azione per Reggio Calabria.
E non è il solo a parlare.
Un altro pentito, Carmine Dominici, conferma in buona parte la versione di Lauro.
Dominici non è un nome qualunque. È stato uomo di punta di Avanguardia Nazionale a Reggio, vicino al potente Felice Genoese Zerbi, referente in Calabria del principe Junio Valerio Borghese.
Così dopo 25 anni inizia a delinearsi la verità sulla strage di Gioia Tauro: non fu un incidente, una casualità, un errore umano.
Fu un attentato, una strage pianificata freddamente!
Il quadro era più chiaro su mandanti ed esecutori: Avanguardia Nazionale e il Comitato d'Azione per Reggio come ispiratori della strage, Ciccio Franco come volto politico della rivolta e attorno un intreccio di missini, ‘ndranghetisti e imprenditori finanziatori sia del Comitato, sia dell’attentato.
In un'intervista al dottor Vincenzo Macrì, risulta chiaro che le rivelazioni dei pentiti hanno un peso nelle nuove indagini.
«I pentiti nel 1993 ci dicono tante cose. Ci dicono intanto che nella rivolta di Reggio la ‘ndrangheta ebbe un ruolo» dice Macrì, ma chiarisce che «probabilmente non fu un ruolo determinante, ma un ruolo di sostegno. La ‘ndrangheta in sostanza, per questa parte, si limitava a rifornire queste associazioni del materiale esplodente necessario per l'esecuzione degli attentati.»
Le conseguenze giudiziarie
Nel 1995 l'istruttoria si chiude con un nulla di fatto, prosciolti i presunti mandanti e i finanziatori.
Nel 2001 la Corte d'Assise di Palmi, ribaltando parzialmente la precedente sentenza, condanna Silverini, Scarcella e Caracciolo come esecutori materiali. Loro hanno posizionato l’esplosivo sui binari e, nascosti a poca distanza, hanno assistito allo “spettacolo”.
E' una condanna importante, ma senza peso: i tre sono già morti.
E gli anarchici della Baracca?
Loro avevano raccolto documenti che indicavano la pista neofascista, partirono per Roma con quel materiale e non arrivarono mai, morti in un incidente d'auto pieno di zone d'ombra. I loro documenti, i taccuini, le fotografie, si volatilizzarono e non furono più ritrovati.
È Tonino Perna, cugino di Gianni Aricò, a parlarne in un'intervista.
«Anche su questo dei Cinque Anarchici ci sono molti elementi. Ma qualcuno mi deve spiegare una cosa. La polizia politica, venti minuti dopo che la macchina si è schiantata contro il camion, come ha fatto ad arrivare là? A prendersi tutti i documenti, mai restituiti alla famiglia, tutti i loro taccuini che avevano e poi c'era questo dossier scomparso. In più Aldo Giannuli, noto esperto di servizi segreti, stragi di Stato, consulente della Commissione Stragi del Senato, mi raccontò a Bari una ventina di anni fa, che era andato a cercare questa storia e lui disse che sul fascicolo che riguardava Ferentino era vuoto, il fascicolo era praticamente vuoto. E quindi è evidente che se non avevano niente da nascondere non c'era bisogno di fare tutto questo.
Quindi sono stati fatti fuori, è chiaro che se fosse successo con un'altra parte d'Italia, con altri compagni anarchici, con altre persone, magari ci sarebbe stata da parte dell'opinione pubblica e dei giornalisti una maggiore attenzione, perciò c’è stato un oblio che è durato molto tempo, anche troppo direi.»
Il dossier dei cinque ragazzi non è mai stato ritrovato e di loro resta solo la memoria, il sacrificio, l'impegno civile.
Nel 2014 è stato tolto il Segreto di Stato su tutti i documenti legati alla strage di Gioia Tauro, ma da quelle carte non è emerso nulla di nuovo e alla fine restano soltanto i nomi delle sei vittime: Rita Cacicia, Rosa Fassari, Andrea Gangemi, Nicolina Mazzocchio, Letizia Concetta Palumbo e Adriana Maria Vassallo.
E quelli dei cinque ragazzi, poco più che ventenni, che volevano squarciare il velo del silenzio su quella strage: Gianni Aricot, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Anne Borth, detta Muki la rossa.
CREDITS
L'intervista al Procurato Vincenzo Macrì è tratta da Blu Notte - Misteri Italiani, puntata "Gioia Tauro", Rai Tre, 7 novembre 2001, Carlo Lucarelli (Autore/Conduttore)
L'intervista a Tonino Perna, è tratta da una conversazione online condotta e proposta da Salvatore Caggese sul suo canale YouTube intitolata "Cinque Anarchici del Sud con Fabio Cuzzola e Tonino Perna" https://www.youtube.com/watch?v=F7oHhusTmSw&t=774s
Un libro da leggere: Cinque anarchici del Sud. Una storia negata, di Fabio Cuzzola, Ed. Città del Sole





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