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Fitch: Italia senza infamia e senza lode

  • Immagine del redattore: Angelo Soro
    Angelo Soro
  • 20 set 2025
  • Tempo di lettura: 8 min


1 Premessa

La moda di citare le agenzie di rating va e viene.

È un’altalena legata a quel che dicono sui governi in carica con quelle valutazioni tradotte in assurde letterine: ABB, AAA o BBB+.

Arrivano agli onori delle cronache solo quando danno giudizi positivi sul nostro Paese.

Mantre quando ci declassano sono uccelli del malaugurio, come accadeva alla povera Cassandra, oppure vengono additate come agenzie politicizzate, detrattori male informati che tentano di destabilizzare il governo in carica.

Ora è il momento di Fitch: giornali, notiziari TV, radio e talk show hanno inserito tra le notizie di punta il rating sull’Italia espresso in questi giorni dall’agenzia fondata da John Knowles Fitch nel 1913 a New York.

Fitch è una delle “Big Three” agenzie di rating a livello globale, insieme a Moody’s e Standard & Poor’s.

La notizia è che ha confermato il giudizio sull’Italia: un bel “BBB+ con outlook stabile”.

Ma cosa diamine significano quelle tre B con una crocetta e quel “outlook stabile”?


2 Partiamo dai fondamentali: che cos’è il rating BBB+

Anzi, partiamo dalle basi, cos’è il rating: il “rating” è un giudizio sulla capacità dello Stato di ripagare il proprio debito.

La scala delle letterine va da “AAA” (che significa massima affidabilità) fino al “junk”, cioè titoli spazzatura. Come si diceva un tempo: titoli che non valgono la carta sui quali son stampati.

Quel BBB+ che ha espresso Fitch ci pone nella fascia “investment grade”, che è ancora considerata abbastanza sicura, ma rimaniamo nella parte bassa della scala.

L’outlook stabile significa che Fitch non prevede a breve un peggioramento (come dicono loro: un downgrade) né un miglioramento (upgrade). Siamo stabili, appunto.

Una specie di “senza infamia e senza lode” che ci relega tra quelli che “potrebbero far di più se solo si impegnassero”.


3 Perché conta così tanto?

L’Italia ha un debito pubblico molto alto: siamo ormai oltre il 140% del PIL.

In parole povere lo Stato italiano ha accumulato debiti (principalmente attraverso l’emissione di titoli di Stato) che, sommati, valgono più del 140% di tutto quello che l’Italia produce in un anno, cioè del PIL (Prodotto Interno Lordo).

Per essere ancora più chiaro e fornirvi tutti gli elementi, il PIL misura il valore complessivo dei beni e dei servizi che la nostra Nazione, cioè le industrie, gli artigiani, i professionisti e le società di servizi, riesce a produrre in un anno.

Il concetto di debito pubblico, invece, è sicuramente più semplice: è l’insieme dei debiti che lo Stato (cioè le pubbliche amministrazioni: governo centrale, regioni, comuni, enti previdenziali, ecc.) ha contratto per finanziare le proprie spese (sanità, istruzione, ricerca scientifica, infrastrutture, difesa etc), quando le entrate (soprattutto tasse e imposte) non bastano.

Quando le spese superano le entrate, si crea un deficit. Per coprirlo, lo Stato prende a prestito denaro dai cittadini, dalle banche o da investitori stranieri.

Questo prestito avviene emettendo titoli di Stato (come BOT, BTP, CCT), che chiunque può comprare. Chi li compra presta soldi allo Stato e riceve in cambio la promessa di riavere indietro la somma prestata più un interesse.

La somma di tutti questi debiti, accumulati negli anni e non ancora rimborsati, costituisce il debito pubblico.

Perciò, quando si dice che il debito pubblico supera il 140% del PIL, vuol dire che lo Stato deve ai suoi creditori (banche, investitori, altri Paesi, cittadini che hanno comprato titoli di Stato) un importo che è quasi una volta e mezza l’intera ricchezza prodotta annualmente dal Paese.

Naturalmente il debito non deve essere ripagato tutto in un colpo: lo Stato continua a rinnovarlo emettendo nuovi titoli, ma un debito così alto comporta costi maggiori in interessi e rende il Paese più vulnerabile ai mercati finanziari.

Ecco, allora, che il rating segnala agli investitori quanto è rischioso prestare soldi al nostro Paese.

Più il rating è basso, più interessi dobbiamo pagare sui titoli di Stato, perché chi compra chiede un “premio di rischio” più alto!

Cioè, quando il Paese è considerato rischioso (un rating come il nostro è senza infamia e senza lode), c’è la possibilità che faccia fatica a restituire i soldi, quindi gli investitori pretendono un tasso d’interesse più alto come compenso per assumersi questo rischio.


4 Va bene, ma quali sono le ricadute sulle famiglie?

Partiamo dai tassi d’interesse sui mutui.

Questi dipendono in gran parte dalle decisioni della BCE (la Banca Centrale Europea capeggiata dalla famosa Christine Lagarde), ma anche dalla percezione, da parte degli investitori, del “rischio Paese”.

Christine Lagarde (foto AFP Image)


In buona sostanza se il rating dovesse peggiorare, lo Stato dovrebbe pagare di più per finanziarsi, e a catena salirebbero anche i costi per banche, mutui e prestiti.

Per quanto riguarda gli investitori comuni, chi compra BTP può stare un po’ più tranquillo: l’outlook stabile, come dicevo, secondo la valutazione di Fitch sta a indicare che non ci sono allarmi immediati.

Per quanto riguarda la spesa pubblica e le tasse, se il costo del debito resta abbastanza gestibile, lo Stato ha per conseguenza meno pressione ad aumentare le tasse o tagliare servizi pubblici. Un cosiddetto downgrade, invece, può tradursi in più “austerità” e più tasse.

In breve: la conferma del rating non migliora direttamente la vita quotidiana, ma evita un peggioramento che avrebbe potuto tradursi in mutui più cari più pressione fiscale e, infine, anche un aumento nel carrello della spesa.


5 Cosa dicono dell’Italia le altre agenzie di rating?

Dicono più o meno le stesse cose di Fitch, con qualche sfumatura che le differenzia.

Ecco una tabella comparativa di facile lettura:

Come si può notare ci sono delle piccole differenze. Quel BBB+ e quel Baa3, nelle scale di S&P, Fitch e Moody’s, sono grosso modo equivalenti: la nostra economia è nell’Investment Grade, ma ancora nei livelli inferiori del “grado di investimento”.

Questo significa che investire è ancora accettabile per gli investitori internazionali, ma non senza rischi.

Quel “Positivo” espresso da Moody’s significa che l’agenzia vede qualche segnale che, se confermato, potrebbe portare addirittura a un miglioramento del rating in futuro.

Il suo è un Baa3 (che corrisponde a un “BBB-“ in altre scale), ma ha migliorato l’outlook da “stabile” a “positivo”.

Le ragioni di questa valutazione, secondo quanto si legge sulla stampa del settore, sarebbero da ascrivere a un miglioramento nei conti pubblici (deficit più contenuto, impegni rispettati), alla stabilità politica (cioè credibilità nelle scelte di bilancio e riforme) e infine alle buone condizioni generali di imprese e famiglie, che rendono l’economia meno fragile e attaccabile da eventuali shock esterni.


6 Cosa c’è di vero in quello che Moody’s vede?

Secondo le ultime valutazioni il deficit italiano è calato: Moody’s ha evidenziato che lo Stato sta rispettando gli impegni di bilancio e che ci sono segnali positivi nelle entrate fiscali, nella disciplina della spesa pubblica, e nell’impegno a ridurre il deficit nei prossimi anni.

Inoltre il governo attuale è considerato stabile da Moody’s, almeno al momento delle ultime valutazioni. Non si sono registrati collassi politici particolarmente gravi (nessun mojito del Papeete ha fatto sobbalzare il governo), che possano mettere in discussione gli accordi con l’Unione Europea o le linee delle riforme.

Secondo Moody’s c’è una maggiore credibilità verso il rispetto delle regole fiscali europee, ora che il deficit è meno fuori controllo.

Per quanto riguarda le condizioni relativamente buone per famiglie, imprese e settore bancario, l’agenzia di rating parla di un mercato del lavoro che va meglio, di imprese che non sono troppo indebitate, di bilanci delle famiglie non troppo fragili. Tutti elementi che rendono l’economia meno vulnerabile. Anche il settore bancario viene visto con occhi meno preoccupati del passato: meno tensioni, migliori condizioni di finanziamento/liquidità, minori rischi immediati.

Infine l’agenzia Moody’s pone l’accento sul fatto che l’Italia ha una “economia grande”, diversificata, con istituzioni abbastanza solide rispetto a certe nazioni con rating simili. Nella loro visione ci sono capacità di governo e capacità amministrativa che danno un po’ di margine.


7 Cosa c’è che Moody’s non vede?

Anche se Moody’s fa bene a sottolineare i miglioramenti, persistono problemi strutturali non nuovi ma, usando un termine medico, inveterati, di lunga data. Queste difficoltà purtroppo non scompaiono facilmente, non li si può nascondere sotto il tappeto e possono limitare la fiducia da riporre nel governo.

Quali sono i nostri punti deboli?

Ne elenco alcuni, i principali, quelli più difficili da superare.

Un debito pubblico molto alto

Il nostro debito rimane su livelli ancora molto elevati (come ho anticipato, siamo oltre il 140% del PIL). Questo limita lo “spazio di manovra” dello Stato in caso di crisi o shock esterni come: aumenti dei tassi d’interesse, recessioni, crisi energetiche, ecc.

Anche se il deficit si riduce, serviranno anni per rimettere il debito in una traiettoria sostenibile, soprattutto perché la nostra crescita è davvero molto debole.

Una crescita economica lenta

Ho parlato di crescita lenta, non a caso, perché l’aspettativa di crescita potenziale in Italia è uno dei punti deboli: se l’economia non cresce abbastanza, anche un piccolo shock (interno o esterno) può far saltare anche le previsioni più caute.

E poi il nostro Paese si dibatte in una palude di vincoli demografici (invecchiamento della popolazione, bassa natalità, forza lavoro in calo, pressione fiscale e previdenziale crescente etc), produttività stagnante in molti settori, e difficoltà strutturali (burocrazia, inefficienze, infrastrutture, corruzione) che pesano tantissimo sulla nostra crescita economica. Queste cose, ahimè, non si risolvono in pochi mesi o in pochi anni.

La vulnerabilità ai tassi d’interesse e allo spread

Anche se il premio di rischio è diminuito e gli interessi che lo Stato paga sono meno “pesanti” rispetto ad alcuni momenti critici del passato, il debito è ancora molto sensibile ai movimenti dei mercati finanziari.

Se la Banca Centrale Europea o i mercati alzassero i tassi in modo più aggressivo, il costo del servizio del debito (cioè gli interessi sui titoli già emessi + quelli nuovi) può crescere molto, assorbendo risorse che altrove servirebbero, per esempio, per la spesa pubblica, gli investimenti o per il welfare.

Il rischio politico e i rischi istituzionali

Anche se la situazione politica è ora relativamente stabile, non è escluso che cambiamenti di coalizione, pressioni interne, un mojito al Papeete, elezioni, opposizioni, possano procrastinare o indebolire gli impegni presi (mi riferisco a riforme, spending review, regole fiscali etc).

Inoltre, a causa della variabilità degli scenari internazionali e delle crisi geopolitiche, possono verificarsi spese impreviste, come crisi internazionali, emergenze sanitarie o shock finanziari, che incidono sui piani di bilancio.Moody’s nelle sue valutazioni tiene conto di scenari “normali”, ma gli scenari stressati possono essere molto diversi!

Per non parlare degli altri rischi esterni

Prezzi dell’energia/materie prime, inflazione, situazione geopolitica, impatti climatici, le catene di approvvigionamento, etc, possono avere ripercussioni forti, in particolare su un’economia esposta al commercio con l’estero (i dazi imposti da Trump sono un esempio dei problemi inattesi che un’economia particolarmente votata all’esportazione può patire), al turismo, all’energia importata.


8 Conclusioni

Insomma, possiamo dire che il giudizio delle agenzie fotografa un’Italia che non è più sull’orlo del baratro, ma nemmeno al riparo dai venti di tempesta.

È un Paese grande, con potenzialità enormi, che continua però a portarsi dietro vecchi fardelli: debito pesante, crescita asfittica, fragilità strutturali.

Il “BBB+ stabile” o il “Baa3 positivo” non sono medaglie da esibire con orgoglio, ma nemmeno campanelli d’allarme immediati.

Sono piuttosto un invito alla prudenza da parte delle agenzie di rating: il loro messaggio è “se l’Italia saprà mantenere la rotta, le prospettive potrebbero migliorare; se invece torneremo a deragliare tra promesse mancate e riforme lasciate a metà, gli investitori non faranno sconti”.

Per ora possiamo tirare un mezzo sospiro di sollievo.

Ma resta chiaro un messaggio: il rating non è un destino scritto, è un promemoria di quello che dobbiamo ancora fare. Sta a noi dimostrare che quel “potremmo far di più” non rimanga solo un ritornello scolastico, ma diventi finalmente realtà.



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