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Perché votare No al referendum sulla giustizia non è difendere lo status quo

  • Immagine del redattore: Angelo Soro
    Angelo Soro
  • 12 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Un No per rifiutare soluzioni semplicistiche, per una giustizia più equa, indipendente e coerente con i principi costituzionali


Close-up view of an open book with handwritten notes
Un libro aperto con appunti scritti a mano

Premessa (un po' lunga)

La storia della magistratura mostra come la giustizia non sia mai stata un meccanismo neutro né definitivamente compiuto. Dalla sua nascita come strumento del potere sovrano, fino alla conquista moderna dell’autonomia e dell’indipendenza, la funzione giudiziaria ha attraversato fasi di emancipazione e regressione, oscillando costantemente tra tutela dei diritti e difesa dell’ordine costituito. Questa ambiguità strutturale ha reso la giustizia uno dei luoghi privilegiati del conflitto tra legalità formale e giustizia sostanziale.

È proprio in questo spazio critico che si sono inserite, nel tempo, le voci dei pensatori e degli artisti più liberi.

Pasolini, De André, Guccini, Gaber, hanno espresso una “bocciatura” radicale non della giustizia in sé, ma di una giustizia disumanizzata, incapace di comprendere le condizioni sociali degli individui e troppo spesso piegata a logiche moralistiche o di controllo. Nelle loro opere, il tribunale appare distante dalla vita reale, la legge cieca al contesto, la condanna priva di empatia. Non è un rifiuto anarchico delle regole, ma una critica profonda all’automatismo del giudicare e alla riduzione della complessità umana a fattispecie astratte.

Questa tradizione critica ci ricorda che difendere la giustizia non significa accettare passivamente ogni riforma proposta in suo nome. Al contrario, esige la capacità di distinguere tra interventi che rafforzano i diritti e quelli che rischiano di svuotarli, tra riforme che rendono il sistema più equo e riforme che lo rendono semplicemente più efficiente nel punire o più permeabile a interessi esterni.

In questo senso, votare No al referendum sulla giustizia non equivale automaticamente a difendere lo status quo. Può significare, al contrario, rifiutare una visione riduttiva della giustizia, respingere soluzioni semplificatorie e rivendicare una riforma più profonda, coerente con i principi costituzionali e con quell’istanza di umanità che, da Beccaria a De André, continua a interrogare il rapporto tra legge, potere e dignità della persona.

Nel dibattito pubblico italiano, la giustizia è spesso raccontata come un potere fuori controllo, autoreferenziale e ostile alla politica. Da questa narrazione, che è tradizionalmente prediletta dalle destre, nasce l’idea che qualunque riforma che indebolisca la magistratura sia, di per sé, un passo verso una maggiore libertà dei cittadini.

È su questo presupposto che si fonda il referendum sulla giustizia. Ma è un presupposto fragile.

Votare No non significa negare i problemi della giustizia italiana. Al contrario: significa riconoscerli senza accettare soluzioni semplicistiche, ideologiche o potenzialmente dannose.


La separazione delle carriere non garantisce maggiore imparzialità

Uno dei cardini del referendum è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. L’argomento è noto: un magistrato che ha svolto una carriera da pubblico ministero (PM), quando transita nelle fila della magistratura giudicante sarebbe culturalmente più vicino all’accusa che alla difesa.

Ma in Italia, la separazione delle carriere tra PM e giudici esiste già de facto, grazie a vincoli stringenti introdotti dalla riforma Cartabia che limitano i passaggi a una sola volta nella carriera, con obbligo di cambio di sede e condizioni rigorose. I casi di magistrati transitati dal ruolo di PM a quello giudicante sono estremamente rari, con percentuali inferiori all’1% negli ultimi anni. Questa realtà rende simbolico e poco impattante il dibattito sulla riforma costituzionale approvata nel 2025, ora in attesa di referendum confermativo.

Ma il vero squilibrio del processo penale italiano non è questo.

Il problema strutturale è la disparità di poteri tra accusa e difesa: il PM dispone di strumenti investigativi enormemente superiori rispetto all’avvocato dell’imputato. Separare le carriere senza riequilibrare questi poteri non rafforza il cittadino, ma l’accusa.

Il rischio concreto è quello di creare un pubblico ministero ancora più forte, senza che il giudice diventi realmente più imparziale.


La riforma porterà i PM a dipendere dalla politica

Con questa riforma si può ragionevolmente prevedere che i pubblici ministeri finiscano per dipendere sempre di più dalla politica, in particolare dalle scelte dell’esecutivo sulle priorità di intervento in campo penale.

In questo scenario la definizione delle categorie di reati da perseguire e, di fatto, di quelli da trascurare, rischia di diventare una decisione politica, non più una valutazione tecnica fondata sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e sui fenomeni che maggiormente incidono sulla società (corruzione, infiltrazioni mafiose nel tessuto sociale, politico ed economico, traffico di stupefacenti etc.)

In questo scenario, il pubblico ministero potrebbe trasformarsi progressivamente da magistrato indipendente a strumento dell’indirizzo politico del momento, con il rischio concreto di una giustizia “a geometria variabile”, che cambia a seconda del governo in carica.


L’indipendenza del PM è una garanzia, non un privilegio

In Italia il pubblico ministero è parte della magistratura proprio per garantirne l’indipendenza dal potere politico. Separare le carriere significa inevitabilmente riaprire il tema del controllo sull’azione penale.

In un paese con una storia segnata da:

  • corruzione sistemica,

  • criminalità organizzata “molto ben organizzata”,

  • intrecci opachi tra politica, affari, criminalità e poteri informali,

ridurre l’autonomia del PM è una scelta rischiosa. In molti ordinamenti il pubblico ministero è sottoposto all’esecutivo, ma ciò, come ho anticipato, comporta anche la possibilità di selezionare politicamente i reati da perseguire. Non è affatto scontato che questo modello sia più giusto, né più democratico.


Il referendum non affronta i veri problemi della giustizia

La giustizia italiana soffre di problemi noti a tutti, ben documentati e più volte segnalati dagli stessi magistrati: processi interminabili, arretrati enormi, carenza di magistrati e personale amministrativo, organizzazione inefficiente e digitalizzazione incompleta.

Ebbene, la riforma non affronta e non interviene su nessuno di questi nodi!

Non accelera i processi, non migliora il funzionamento degli uffici, non rende la giustizia più accessibile ai cittadini. Colpisce l’architettura istituzionale senza intervenire sul funzionamento reale.

È una riforma che agisce sui simboli, non sulle cause.

Un po’ come avere un’auto ferma con le gomme a terra e decidere che, per rimettersi al volante e partire, la soluzione sia cambiare l’olio al motore: elegante, forse, ma del tutto inutile.


Il CSM non si riforma per sottrazione

Le degenerazioni del Consiglio Superiore della Magistratura sono state gravi e reali: il correntismo ha inciso profondamente sulla credibilità dell’organo di autogoverno. Proprio per questo, però, il problema va affrontato nel funzionamento del CSM, non aggirato riducendone il ruolo.

Intervenire tagliando o alterando i meccanismi di selezione, come propone la riforma Nordio, senza introdurre reali strumenti di trasparenza, controllo e responsabilità, non elimina le logiche che hanno prodotto quelle degenerazioni. Al contrario, rischia di spostarle su piani meno visibili e meno controllabili. In pratica è come spegnere la luce per non vedere la polvere sui mobili.

Una riforma efficace del CSM dovrebbe correggere i difetti dell’autogoverno, non indebolirlo.

Smantellare senza ricostruire non è una riforma: è rinunciare a migliorare ciò che non ha funzionato.


La responsabilità dei magistrati e il rischio di una “giustizia difensiva”

Rafforzare la responsabilità civile diretta dei magistrati può sembrare una misura di buon senso. In realtà rischia di produrre una forma di giustizia difensiva che potrebbe tendere a evitare rischi: un magistrato esposto a possibili cause personali per errori giudiziari, tenderà a evitare i procedimenti più complessi, più lunghi e più politicamente sensibili.

E questo, in un paese dove i reati dei colletti bianchi sono già difficili da perseguire, crea un rischio concreto, non teorico.


Una riforma calata dall’alto

Infine, dopo aver mostrato quanto la cosiddetta ”riforma Nordio” non risponda alle richieste di una Giustizia più giusta e veloce, mi piace ricordare che questo provvedimento non nasce dal basso, ma da un conflitto tra poteri dello Stato.

È una riforma tecnica, complessa, che incide su equilibri costituzionali profondi, ridotta però a un’alternativa binaria: Sì o No.

Le riforme della giustizia richiedono visione, competenza e tempo. Non slogan.


Conclusione

Dire No a questo referendum non significa difendere l’immobilismo, bensì rifiutare l’idea che i problemi della giustizia si risolvano rendendola più debole, più esposta e più condizionabile.

In Italia la giustizia non è troppo forte: è lenta, diseguale e spesso impotente verso i potenti.

Indebolirne l’indipendenza non la renderà più giusta, la renderà solo più fragile.



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