Nel fiume di metallo
- Angelo Soro
- 21 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Pedalare per vivere a Dhaka

Dhaka, Bangladesh. É l’ora di punta.
Ritto sui pedali avanza sulla Outer Circular Road, cercando spazio nel traffico intenso.
Prabal ha appena accompagnato alla Prime Bank due uomini vestiti con giacca e cravatta e ora rientra verso la stazione. Il sudore traccia corsie liquide sulla sua schiena ossuta, mentre le gambe pedalano seguendo un ritmo che solo lui riesce a sentire.
Il suo rikshaw si insinua tra auto, autobus e camion come fosse una canoa nel lento fiume di metallo. La sua scia viene immediatamente cancellata da altri mezzi che cercano spazio nel traffico.
Una signora con due enormi valigie e un bambino in braccio intercetta lo sguardo di Prabal, che esce dalla corrente e attracca il rikshaw al marciapiede.
Un'altra corsa alla stazione degli autobus. Di nuovo in piedi sui pedali per dare vigore alla pedalata e avvistare correnti favorevoli nel traffico.
Naresh, suo zio, è il proprietario del rikshaw e, alla fine della giornata, Prabal deve dargli conto.
Lui, come altri, divide con lo zio i Taka raggranellati pedalando tra la Gandaria Station di Dhaka e le mille destinazioni dei suoi clienti.
Naresh, corpulento e calvo, non è ne’ cattivo ne’ buono, ma l’affitto del rikshaw lo pretende tutte le sere che calano su questa terra.
Quando all’alba Prabal entra nella rimessa ricavata nelle cantine di un palazzo in costruzione sulla Gandaria New Road, Naresh lo accoglie con un saluto anemico e gli indica il rikshaw con un cenno del capo: può prenderlo e iniziare la giornata.
La sera Prabal riporta il rikshaw e paga il suo debito. Solo allora suo zio lo gratifica con un sorriso. Gli raccomanda di salutare sua madre e gli dà appuntamento all’indomani.
Il ragazzo rientra a casa una volta al mese.
Lo slum dove vive sua madre è troppo lontano da Gandaria New Road e dalla stazione; così, ogni sera, dopo aver salutato suo zio, si rifugia lì vicino in una vecchia caserma abbandonata.
Il rikshaw è il mezzo di trasporto più usato nel Bangladesh. Non se ne conosce il numero, ma stime approssimate per difetto ne contano circa 300.000 solo a Dhaka.
É una industria su ruote che sposta persone e cose in tutto il paese. Il trasporto su rikshaw è preferito dalla classe medio-alta: costa meno di un bus o di un taxi, si muove più agilmente nel traffico tormentato e senza regole di una città con oltre 14 milioni di abitanti.
Usando un parametro inusuale come il rikshaw, Dhaka può essere approssimativamente divisa in due fasce: la prima, la classe medio-alta, si accomoda sul rikshaw; la seconda, costituita dalla classe più bassa, pedala per farli muovere.
In Bangladesh i rikshaw sono approdati nel 1928, provenienti dalla Cina, e dal 1930 hanno assunto l’attuale configurazione; rispetto ai rikshaw cinesi hanno conservato la “trazione umana” ma si sono evoluti e ora il conduttore, invece che camminare, pedala.
Per lo più sono rikshaw convertibili, con capote pieghevole, e sono l’unico tipo di veicolo che può essere guidato nei quartieri della città con strade strette e vicoli tortuosi.
I rikshaw non trasportano solo persone. Nel tempo hanno sostituito i classici animali da soma, monopolizzando il movimento delle merci.
La disoccupazione in Bangladesh è in gran parte contenuta proprio grazie ai rikshaw.
É proprio la disoccupazione che, nelle zone rurali, attanaglia la popolazione a muovere la gente ad abbandonare i villaggi e riversarsi nelle città per diventare conduttori di rikshaw.
Un tipico rikshaw del Bangladesh pesa circa 92 kg. Il 50 per cento del suo peso è concentrato nel sedile del passeggero e nella capote che, solitamente è costruita in legno. Il telaio è una struttura realizzata con pesanti tubi in ferro.
Un peso che, sommato al passeggero e ai bagagli, grava ogni giorno sulle gambe dei conduttori.
I rikshaw sono utilizzati principalmente per coprire brevi distanze, in cui la velocità non ha molta importanza.
Tra i conduttori che lavorano per Naresh, c’è Ahmet: ha 65 anni, il volto segnato dagli affanni, un fisico da atleta e due occhietti neri e incavati sempre in movimento. Parla un inglese misto a hindi, ma si fa capire con gesti e smorfie.
Durante la sua vita ha pedalato per circa 275 mila chilometri, pari a sette volte il giro del mondo.
Anche se Ahmet va d’accordo con Naresh il rapporto non è certo paritario.
L’affitto del rikshaw gli porta via un terzo dei suoi guadagni, lasciandogli quanto gli è appena sufficiente a sfamare se stesso, la moglie e i suoi quattro figli.
Con l’affitto che ha pagato durante la sua vita, Ahmet avrebbe potuto acquistare il suo rikshaw almeno 40 volte.
Intanto Prabal si insinua nel traffico e gareggia con altri rikshaw per arrivare alla Gandaria Station e occupare un posto nella impressionante fila che attende clienti. È un lungo serpente immobile che giace inerte parallelo al marciapiede.
Non esistono pause, perciò Prabal, approfitta di quella momentanea immobilità per sedersi sul divanetto posteriore del rikshaw e gustarsi un Bakarkhani, la pagnotta speziata tipica di Dhaka.
Ma la sosta è breve, i rikshaw che lo precedono iniziano a muoversi: è appena arrivato un treno e i passeggeri tra poco affluiranno sui marciapiedi davanti alla stazione. Carichi di bagagli e impazienza, inizieranno ad agitare le mani per chiamare i rikshaw.
Non c’è tempo da perdere, caricare le valigie e partire velocemente per poi ritornare e ripartire. Questa è la vita dei conduttori di rikshaw, questa è la vita di Prabal.
Ma non se ne lamenta, ringrazia sempre suo zio Naresh per avergli dato la possibilità di avere un lavoro.
A lui basta poco per essere felice e non sentire il peso del passeggero e del suo bagaglio.
Ora pedala nel traffico, ritto sui pedali, le gambe ossute, lo sguardo attento a tutto ciò che si muove attorno e i suoi faticosi quattordici anni da trasportare per Dhaka.



Commenti