È morto il "mostro". E ora?
- Angelo Soro
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 6 ore fa
La morte del “mostro”, nella narrativa occidentale, rischia di diventare l’ennesima favola consolatoria

L’annuncio della morte di Ayatollah Ali Khamenei, figura centrale della teocrazia iraniana da oltre trent’anni, potrebbe segnare un punto di svolta storico per l’Iran e per l’intero Medio Oriente.
Possiamo esserne felici? Certo!
Ma serve qualche riflessione per comprenderne la portata.
Secondo le ricostruzioni dei media internazionali, il leader supremo è stato ucciso in un attacco aereo statunitense e israeliano contro alcune infrastrutture militari, incluse strutture legate ai Guardiani della Rivoluzione (IRGC) (Reuters), un evento che introduce un’incognita enorme per il futuro del paese e della regione.
Un regime più che un semplice Stato
Per decenni la Repubblica islamica non è stata soltanto una forma di governo: è stata una struttura teocratica che ha sovrapposto potere spirituale e controllo istituzionale, costruendo un apparato di forze di sicurezza, primo fra tutti l’Islamic Revolutionary Guard Corps (i famosi pasdaran), capace di agire come stato nello stato!
Fonti economiche e politiche mostrano come l’IRGC controlli importanti settori economici e reti di esportazioni petrolifere, talvolta usando canali non ufficiali per aggirare le sanzioni e accumulare risorse nettamente superiori alla spesa pubblica centrale del paese, con un impatto profondo sulla politica interna iraniana (leggi qui).
Ciò significa che, anche senza Khamenei, l’apparato di potere rimane radicato e funziona come un sistema di interesse proprio, con influenza sugli apparati statali, sulla politica estera e sulla repressione interna.
Repressione sistematica e violazioni dei diritti umani
Le numerose ondate di proteste popolari, dalla rivolta “Woman, Life, Freedom” (donna, vita, libertà) del 2022, organizzata dopo l'uccisione di Mahsa Amini nel settembre dello stesso anno, fino alle manifestazioni più recenti esplose alla fine del 2025 a causa di crisi economiche e inflazione, sono state represse con brutalità dal regmime.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, durante le proteste del 2019 le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 304 persone (Amnesty International) mentre le proteste di fine 2025/inizio 2026 hanno visto un’escalation di violenza con centinaia di morti confermati in diverse città e numerosi arresti arbitrari.
Amnesty International ha più volte denunciato l’uso di tortura, sparizioni forzate, condanne a morte senza giusto processo e l’impunità diffusa delle forze di sicurezza per i crimini commessi contro i manifestanti.
Un regime contestato anche da dentro
I recenti movimenti di protesta non sono un fenomeno marginale o episodico: rappresentano una diffusa frattura tra popolazione e apparato di potere.
Le richieste di diritti, dignità e libertà si intrecciano con un malcontento generalizzato verso una leadership che ha spesso ignorato le aspirazioni civili nella popolazione, reprimendo duramente ogni forma di dissenso (Amnesty International).
La lente deformante dell’Occidente
In Occidente, la figura di Ali Khamenei è stata spesso ridotta a una caricatura monolitica: il fanatico religioso, il burattinaio del terrorismo regionale, il volto puro del male geopolitico. Una rappresentazione che contiene elementi di verità, ma che semplifica fino a distorcere.
Per decenni, l’Iran è stato raccontato come un blocco compatto, indistinguibile, senza crepe interne, senza una società civile, senza conflitti generazionali.
Questa narrazione ha avuto un effetto perverso: ha trasformato ogni critica al regime in un potenziale appoggio a interventi esterni e ogni opposizione interna in uno strumento geopolitico.
Così si finisce per leggere la complessità attraverso una lente binaria: bene contro male, libertà contro tirannia. Dimenticando un cosa fondamentale, cioè che i popoli non coincidono quasi mai con i loro governanti.
La morte del “mostro”, nella narrativa occidentale, rischia di diventare l’ennesima favola consolatoria: il cattivo è morto, dunque il problema è risolto. Ma la politica internazionale non è una fiaba, e le semplificazioni, quando diventano strategia, producono quasi sempre nuovi mostri.
L’illusione del vuoto di potere: le lezioni non apprese
La storia recente del Medio Oriente è un cimitero di "missioni compiute" che si sono trasformate in catastrofi sia sul piano umanitaria, sia su quello strategico.
Eppure, l'amministrazione Trump sembra procedere ignorando i fantasmi di Iraq e Afghanistan.
In entrambi i casi, l'abbattimento del "cattivo" di turno (Saddam Hussein e il regime Talebano) non ha portato la fioritura democratica promessa.
Al contrario!
In Iraq, la rimozione forzata del vertice ha polverizzato lo Stato, innescando una guerra civile decennale e creando il vuoto in cui è proliferato l’ISIS.
In Afghanistan, dopo vent’anni di occupazione, migliaia di vite spezzate dei militari americani e degli alleati occidentali e miliardi di dollari polverizzati, il potere è tornato esattamente nelle mani di chi era stato rimosso, lasciando la popolazione in una miseria ancora più nera.
Trump sembra non aver imparato che eliminare il vertice di un sistema complesso come quello iraniano non equivale a liberare un popolo, ma spesso significa condannarlo al caos o a una dittatura militare ancora più feroce (l'IRGC).
Per gli USA, il rischio è di restare impantanati in un nuovo conflitto asimmetrico senza via d'uscita; per gli iraniani, il rischio è che il "liberatore" straniero si riveli, ancora una volta, l'architetto di un nuovo deserto sociale.
Geopolitica: conflitto e isolamento
La morte di Khamenei e il contesto di scontro aperto tra Iran da un lato e Stati Uniti e Israele dall’altro, non è un fenomeno isolato.
L’intervento militare dichiarato di queste potenze contro obiettivi iraniani riflette una dinamica di lunga data: tensioni su nucleare, supporto a gruppi proxy in Siria, Iraq, Libano e Yemen, e rivalità strategica nella regione (leggi qui purtroppo è un articolo a pagamento).
Questa dinamica evidenzia come la politica estera del regime iraniano, incentrata sulla resistenza contro l’influenza occidentale e israeliana, abbia progressivamente isolato il paese dal dialogo diplomatico e spinto molte potenze regionali e globali ad adottare misure decise contro di esso.
Perché non è finita con un solo colpo
Purtroppo anche senza Khamenei, non è realistico pensare che la Repubblica islamica semplicemente si dissolva dall'oggi al domani.
Il regime teocratico ha costruito nel tempo istituzioni parallele, reti di influenza economica e militare, e un forte controllo sui mezzi di coercizione. Il regime ha inoltre consolidato nei decenni alleanze con gruppi armati in Medio Oriente e con alcuni stati che condividono la sua opposizione agli USA e ad Israele.
La repressione interna e la gestione dello scontento sociale continuano, dunque il rischio è che queste dinamiche si traducano in ulteriori cicli di violenza, conflitto regionale, o una transizione lenta e incerta piuttosto che un “crollo improvviso”.
Conclusione
Le mie considerazioni sono quelle di un occidentale che prova a leggere le dinamiche di una regione attraverso le fonti internazionali e i libri di scrittori iraniani in esilio o di scrittori italiani che conoscono a fondo quella realtà ("Iran. La rivoluzione incompiuta” di Hamid Dabashi, oppure "Iran: storia di un popolo tra rivoluzione e modernità" di Angela Palmero, per esempio).
Le letture mi hanno portato a credere che non si può ridurre l’Iran a un semplice nemico monolitico e nemmeno sperare che la morte di un singolo leader risolva questioni profonde e complesse.
La storia ci insegna che la libertà non è un pacchetto che si lancia da un caccia bombardiere. Ciò che emerge da decenni di analisi è che il paese sta attraversando una frattura storica: l'esito dipenderà dalla forza della società civile iraniana, non dai calcoli elettorali di Washington.
Sperare che la morte di un singolo leader risolva nodi strutturali non è solo ingenuo; alla luce dei precedenti in Iraq e Afghanistan, è una colpevole cecità storica.
Prometto di non intasare la tua casella di posta elettronica



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