Perché votare NO al referendum sulla giustizia non è difendere lo status quo
- Angelo Soro
- 12 gen
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 19 feb
Un No per rifiutare soluzioni semplicistiche, per una giustizia più equa, indipendente e coerente con i principi costituzionali

Premessa (un po' lunga, per saltarla click qui)
La storia della magistratura mostra come la giustizia non sia mai stata un meccanismo neutro né definitivamente compiuto. Dalla sua nascita come strumento del potere sovrano, fino alla conquista moderna dell’autonomia e dell’indipendenza, la funzione giudiziaria ha attraversato fasi di emancipazione e regressione, oscillando costantemente tra tutela dei diritti e difesa dell’ordine costituito. Questa ambiguità strutturale ha reso la giustizia uno dei luoghi privilegiati del conflitto tra legalità formale e giustizia sostanziale.
È proprio in questo spazio critico che si sono inserite, nel tempo, le voci dei pensatori e degli artisti più liberi.
Pasolini, De André, Guccini, Gaber, hanno espresso una “bocciatura” radicale non della giustizia in sé, ma di una giustizia disumanizzata, incapace di comprendere le condizioni sociali degli individui e troppo spesso piegata a logiche moralistiche o di controllo. Nelle loro opere, il tribunale appare distante dalla vita reale, la legge cieca al contesto, la condanna priva di empatia. Non è un rifiuto anarchico delle regole, ma una critica profonda all’automatismo del giudicare e alla riduzione della complessità umana a fattispecie astratte.
Questa tradizione critica ci ricorda che difendere la giustizia non significa accettare passivamente ogni riforma proposta in suo nome. Al contrario, esige la capacità di distinguere tra interventi che rafforzano i diritti e quelli che rischiano di svuotarli, tra riforme che rendono il sistema più equo e riforme che lo rendono semplicemente più efficiente nel punire o più permeabile a interessi esterni.
In questo senso, votare No al referendum sulla giustizia non equivale automaticamente a difendere lo status quo. Può significare, al contrario, rifiutare una visione riduttiva della giustizia, respingere soluzioni semplificatorie e rivendicare una riforma più profonda, coerente con i principi costituzionali e con quell’istanza di umanità che, da Beccaria a De André, continua a interrogare il rapporto tra legge, potere e dignità della persona.
Nel dibattito pubblico italiano, la giustizia è spesso raccontata come un potere fuori controllo, autoreferenziale e ostile alla politica. Da questa narrazione, che è tradizionalmente prediletta dalle destre, nasce l’idea che qualunque riforma che indebolisca la magistratura sia, di per sé, un passo verso una maggiore libertà dei cittadini.
È su questo presupposto che si fonda il referendum sulla giustizia. Ma è un presupposto fragile.
Votare No non significa negare i problemi della giustizia italiana. Al contrario: significa riconoscerli senza accettare soluzioni semplicistiche, ideologiche o potenzialmente dannose.
Ecco gli argomenti che tratto in questo post:
La separazione delle carriere garantisce maggiore imparzialità?
Uno dei cardini del referendum è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. L’argomento è noto: un magistrato che ha svolto una carriera da pubblico ministero (PM), quando transita nelle fila della magistratura giudicante sarebbe culturalmente più vicino all’accusa che alla difesa.
Ma in Italia la separazione delle carriere tra PM e giudici esiste già de facto, grazie a vincoli stringenti introdotti dalla riforma Cartabia che limitano i passaggi a una sola volta nella carriera, con obbligo di cambio di sede e condizioni rigorose.
I casi di magistrati transitati dal ruolo di PM a quello giudicante sono estremamente rari, con percentuali inferiori all’1% negli ultimi anni. Questa realtà rende simbolico e poco impattante il dibattito sulla riforma costituzionale approvata nel 2025, ora in attesa di referendum confermativo.
Ma il vero squilibrio del processo penale italiano non è questo.
Il problema strutturale è la disparità di poteri tra accusa e difesa: il PM dispone di strumenti investigativi enormemente superiori rispetto all’avvocato dell’imputato. Separare le carriere senza riequilibrare questi poteri non rafforza il cittadino, ma l’accusa.
Il rischio concreto è quello di creare un pubblico ministero ancora più forte, senza che il giudice diventi realmente più imparziale.
La riforma porterà i PM a dipendere dalla politica?
Con questa riforma si può ragionevolmente prevedere che i pubblici ministeri finiscano per dipendere sempre di più dalla politica, in particolare dalle scelte dell’esecutivo sulle priorità di intervento in campo penale.
In questo scenario la definizione delle categorie di reati da perseguire e, di fatto, di quelli da trascurare, rischia di diventare una decisione politica, non più una valutazione tecnica fondata sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e sui fenomeni che maggiormente incidono sulla società (corruzione, infiltrazioni mafiose nel tessuto sociale, politico ed economico, traffico di stupefacenti etc.)
In questo scenario, il pubblico ministero potrebbe trasformarsi progressivamente da magistrato indipendente a strumento dell’indirizzo politico del momento, con il rischio concreto di una giustizia “a geometria variabile”, che cambia a seconda del governo in carica.
L’indipendenza del PM è una garanzia, non un privilegio
In Italia il pubblico ministero è parte della magistratura proprio per garantirne l’indipendenza dal potere politico. Separare le carriere significa inevitabilmente riaprire il tema del controllo sull’azione penale.
In un paese con una storia segnata da:
corruzione sistemica,
criminalità organizzata “molto ben organizzata”,
intrecci opachi tra politica, affari, criminalità e poteri informali,
ridurre l’autonomia del PM è una scelta rischiosa. In molti ordinamenti il pubblico ministero è sottoposto all’esecutivo, ma ciò, come ho anticipato, comporta anche la possibilità di selezionare politicamente i reati da perseguire. Non è affatto scontato che questo modello sia più giusto, né più democratico.
Il referendum non affronta i veri problemi della giustizia
La giustizia italiana soffre di problemi noti a tutti, ben documentati e più volte segnalati dagli stessi magistrati: processi interminabili, arretrati enormi, carenza di magistrati e personale amministrativo, organizzazione inefficiente e digitalizzazione incompleta.
Ebbene, la riforma non affronta e non interviene su nessuno di questi nodi!
Non accelera i processi, non migliora il funzionamento degli uffici, non rende la giustizia più accessibile ai cittadini. Colpisce l’architettura istituzionale senza intervenire sul funzionamento reale.
È una riforma che agisce sui simboli, non sulle cause.
Un po’ come avere un’auto ferma con le gomme a terra e decidere che, per rimettersi al volante e partire, la soluzione sia cambiare l’olio al motore: elegante, forse, ma del tutto inutile.
La questione CSM e perché conta davvero
Oggi il CSM è composto da magistrati eletti dai colleghi e da membri “laici” (cioè membri che non fanno parte della magistratura, di solito si tratta di avvocati) eletti dal Parlamento. Questa composizione è pensata per bilanciare autonomia interna e controllo esterno: i togati rappresentano i magistrati, i laici rappresentano la società politica e istituzionale.
Molti critici del sistema sottolineano però che, nel tempo, logiche correntizie interne (le “fazioni” dei magistrati) hanno finito per condizionare le scelte di nomina e carriera, riducendo la trasparenza e la credibilità percepita dell’organo.
Il nodo della separazione delle carriere e del “doppio CSM”
Una delle proposte più discusse è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: invece di essere parte di uno stesso ordine con un unico CSM, i magistrati che giudicano sarebbero governati da un CSM dei giudici e quelli che indagano da un CSM dei pubblici ministeri.
L’idea di fondo è creare chiarezza: giudicare e accusare sono funzioni diverse, e separare chi svolge l’una da chi svolge l’altra dovrebbe, sulla carta, rafforzare la terzietà del giudice.
Tuttavia, questo modello può avere effetti non scontati:
Se i pubblici ministeri sono governati da un CSM autonomo, crescono le domande su come sarà garantita l’indipendenza di quell’organo, soprattutto nei confronti del potere politico.
Se nella selezione dei componenti di quel CSM dei PM aumenta l’incidenza di figure scelte da istituzioni politiche (più che dai colleghi), il rischio è che le nomine e gli orientamenti organizzativi diventino più sensibili alle priorità politiche del momento, con minor controllo interno.
In altri termini, indipendenza non significa solo distanza formale dallo Stato, ma anche garanzie di autonomia effettiva nella carriera e nell’azione giudiziaria. Senza un equilibrio chiaro tra criteri di selezione trasparenti, responsabilità e bilanci istituzionali, la separazione può spostare il problema senza risolverlo.
Un altro punto delicato riguarda il metodo di nomina dei componenti del CSM.
La riforma prevede che i membri togati non siano più eletti dai colleghi, ma estratti a sorte tra magistrati in possesso di determinati requisiti. L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti e delle logiche di appartenenza che hanno segnato le ultime consiliature.
Il sorteggio, tuttavia, sposta il problema senza eliminarlo: molto dipenderà da chi può essere inserito negli elenchi degli eleggibili e con quali criteri.
Cambiare il metodo di nomina senza intervenire sui criteri è come rompere il termometro per non vedere la febbre: le dinamiche di potere non spariscono, semplicemente diventano meno leggibili e più difficili da controllare.
Senza regole rigorose e trasparenti sui requisiti di professionalità ed esperienza, il rischio è che si sostituisca una dinamica organizzata con una selezione casuale, che non garantisce necessariamente competenza e autorevolezza.
In un organo chiamato a decidere carriere, trasferimenti e disciplina dei magistrati, la qualità della composizione non è un dettaglio tecnico, ma una garanzia istituzionale.
I costi del nuovo sistema con CSM separati per PM e Giudici
C’è poi un tema molto concreto: quanto costa tutto questo?
Separare le carriere significa superare l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura unico e creare due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
A questi si aggiungerebbe un terzo organismo autonomo, la cosiddetta Alta Corte disciplinare, chiamata a occuparsi dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, funzione oggi esercitata dal CSM.
In pratica, dove oggi c’è una sola struttura, ce ne sarebbero tre.
Questo comporta nuove sedi, personale dedicato, segreterie, indennità e costi di funzionamento separati.
Le stime parlano di decine e decine di milioni di euro l’anno (l'attuale CSM costa circa 150 milioni di euro l'anno, che con i nuovi organi è realistico pensare che questa cifra triplicherebbe), con una spesa iniziale ancora più alta per avviare il nuovo sistema.
Ma non è solo una questione di bilancio: è legittimo chiedersi se queste risorse non potrebbero essere investite per ridurre i tempi dei processi, assumere personale o migliorare i servizi ai cittadini.
Perché l'argomento CSM è centrale
Il CSM non è un organismo qualsiasi: è il garante interno della magistratura. Intervenire su chi decide le carriere e con quali criteri incide direttamente sull’indipendenza percepita e reale di chi applica la legge. Per questo motivo, ogni proposta di riforma, compresa quella di separare le carriere, merita di essere valutata non solo nella forma, ma soprattutto negli effetti concreti sull’equilibrio tra potere giudiziario, società e politica.
La responsabilità dei magistrati e il rischio di una “giustizia difensiva”
Rafforzare la responsabilità civile diretta dei magistrati può sembrare una misura di buon senso. In realtà rischia di produrre una forma di giustizia difensiva che potrebbe tendere a evitare rischi: un magistrato esposto a possibili cause personali per errori giudiziari, tenderà a evitare i procedimenti più complessi, più lunghi e più politicamente sensibili.
E questo, in un paese dove i reati dei colletti bianchi sono già difficili da perseguire, crea un rischio concreto, non teorico.
Una riforma calata dall’alto
Infine, dopo aver mostrato quanto la cosiddetta ”riforma Nordio” non risponda alle richieste di una Giustizia più giusta e veloce, mi piace ricordare che questo provvedimento non nasce dal basso, ma da un conflitto tra poteri dello Stato.
È una riforma tecnica, complessa, che incide su equilibri costituzionali profondi, ridotta però a un’alternativa binaria: Sì o No.
Le riforme della giustizia richiedono visione, competenza e tempo. Non slogan.
Conclusioni
Dire No a questo referendum non significa difendere l’immobilismo, bensì rifiutare l’idea che i problemi della giustizia si risolvano rendendola più debole, più esposta e più condizionabile.
In Italia la giustizia non è troppo forte: è lenta, diseguale e spesso impotente verso i potenti.
Indebolirne l’indipendenza non la renderà più giusta, la renderà solo più fragile.
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