Il silenzio del Board of Peace
- Angelo Soro
- 17 apr
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 18 apr
Un progetto ambizioso che evita le domande più scomode: legittimità, coerenza e risultati

A gennaio 2026, dal Forum di Davos, Trump ha lanciato il "Board of Peace" (BoP): un'organizzazione internazionale con l'ambizione dichiarata di gestire le crisi più complesse del pianeta, a partire da Gaza, e costruire un modello di stabilizzazione replicabile altrove.
Bella idea, sulla carta.
Ma a qualche mese di distanza, vale la pena chiedersi: cosa c'è davvero dietro?
Una struttura atipica (e costosa)
L'architettura del BoP rompe con i modelli multilaterali tradizionali.
L'adesione richiede contributi economici enormi, fino a un miliardo di dollari per i membri permanenti, e il finanziamento complessivo si basa in larga parte su promesse ancora da concretizzare. Gli Stati Uniti hanno annunciato impegni per circa 10 miliardi, mentre altri paesi hanno contribuito con cifre minori, spesso non ancora erogate.
Questo solleva due problemi: sostenibilità finanziaria reale e trasparenza. Senza meccanismi solidi di accountability, il rischio è che il BoP resti un contenitore di impegni politici più che un attore operativo.
Chi c'è (e chi manca)
La composizione del Board riflette una coalizione selettiva: paesi del Medio Oriente, alcune economie emergenti e partner minori disposti a contribuire anche militarmente. Ma pesano le assenze: gran parte dell'Europa occidentale - Francia, Germania, Regno Unito, Italia - e altri attori chiave hanno scelto di restare fuori, in parte per il timore che la Russia possa avere un ruolo nell'organizzazione.
Tra i 26 membri fondatori figurano nomi che meritano attenzione, non solo geopolitica ma anche etica.
La Bielorussia di Aleksandr Lukashenko (al potere dal 1994, con un'elezione nel 2020 unanimemente considerata fraudolenta dagli osservatori internazionali) ha risposto alle proteste di massa con arresti di massa: oltre 35.000 persone fermate, oppositori torturati, leader della società civile costretti all'esilio.
Freedom House la classifica stabilmente tra i paesi "Non liberi", con uno dei punteggi più bassi in tutta Europa. È questo uno dei paesi chiamati a costruire la pace nel mondo.
L'Arabia Saudita del principe ereditario Mohammed bin Salman porta con sé il caso Khashoggi: nel 2018, il giornalista Jamal Khashoggi fu assassinato nel consolato saudita di Istanbul per ordine, secondo la CIA, dello stesso MBS.
Il paese non conosce partiti, sindacati né libertà di stampa. Le donne, pur con alcune riforme di facciata, restano soggette a un sistema di tutela maschile. Le esecuzioni capitali sono tra le più numerose al mondo. Eppure Riyadh siede al tavolo della pace.
L'Azerbaigian di Ilham Aliyev (figlio del predecessore, al potere dal 2003, con moglie e figli in posizioni chiave dello Stato) è un regime a gestione familiare. Decine di giornalisti e attivisti languono nelle prigioni del paese. Le elezioni sono sistematicamente segnalate come non libere dagli osservatori internazionali. Nel 2023, Baku ha condotto un'operazione militare lampo nel Nagorno-Karabakh, provocando la fuga di oltre 100.000 armeni in poche ore; una pulizia etnica de facto secondo molti analisti e organizzazioni per i diritti umani.
Il Kazakhstan di Kassym-Jomart Tokayev presenta un quadro simile: erede politico del regime trentennale di Nursultan Nazarbayev, Tokayev ha represso nel sangue le proteste del gennaio 2022, con centinaia di morti e migliaia di arresti. I media indipendenti sono sistematicamente soffocati, e qualsiasi forma di opposizione organizzata è di fatto impossibile.
Il Vietnam, governato dal Partito Comunista senza alcuna opposizione legale, detiene decine di attivisti e blogger in carcere per reati di opinione. La libertà di stampa è inesistente: ogni testata risponde al partito. Reporter Senza Frontiere colloca Hanoi stabilmente tra i peggiori paesi al mondo per la libertà di informazione.
La Cambogia di Hun Manet (figlio di Hun Sen, che ha governato il paese per quasi quattro decenni) è una democrazia solo nominale. Il principale partito di opposizione è stato sciolto per via giudiziaria. Alle ultime elezioni il partito di governo ha ottenuto tutti i seggi parlamentari. Giornalisti e dissidenti vengono regolarmente perseguitati.
Questa partecipazione incompleta - e per certi versi imbarazzante nella sua composizione - limita la legittimità internazionale del progetto e ne riduce la capacità di incidere su scenari complessi dove il consenso e la credibilità globale sono essenziali.
Un'istituzione che si propone di "costruire la pace" e che include nel suo nucleo fondatore alcuni tra i regimi più repressivi del pianeta porta in sé una contraddizione difficile da ignorare.
L'elefante nella cristralleria (*)
L’analisi della struttura del Board of Peace non può dirsi completa senza considerare il ruolo del principale beneficiario delle politiche di stabilizzazione nell’area di Gaza.
Questo Stato non è solo un osservatore, ma figura tra i 26 membri fondatori che hanno sottoscritto l’impegno per la ricostruzione sotto l’egida americana.
Tuttavia, la sua partecipazione avviene in un clima di tensione aperta con altri membri regionali e, soprattutto, in totale contrasto con le azioni condotte sul campo.
L'adesione di questo attore al "tavolo della pace" si scontra infatti con una realtà di segno opposto:
Occupazione e annessione in Cisgiordania: mentre il Board discute formalmente di modelli di stabilità esportabili, prosegue parallelamente il consolidamento della presenza militare e civile nei territori palestinesi, attraverso politiche di espansione considerate illegali dalla comunità internazionale.
L’escalation verso il Libano: i recenti tentativi di annessione o di creazione di zone cuscinetto oltre il confine meridionale libanese configurano una strategia di ridefinizione unilaterale della geografia regionale, che nega il principio di "architettura collettiva" su cui il BoP dichiarerebbe di fondarsi.
In definitiva, la presenza di questo Stato nel nucleo del BoP ne accentua la natura transazionale: un’alleanza tattica dove la "pace" sembra essere un termine utilizzato per gestire e legittimare lo status quo bellico piuttosto che per risolverlo.
Inserire chi persegue attivamente l'espansione territoriale tra i sedicenti garanti della pace mondiale, accanto ai regimi repressivi già citati, chiude il cerchio di un’istituzione che sembra basarsi più sulla forza e sugli interessi politici ed economici immediati che sulla legalità o sulla coerenza dei valori.
Risultati: per ora, minimi
Sul piano concreto, il BoP ha prodotto poco. Ha contribuito a formalizzare impegni e a coordinare una narrativa sulla stabilizzazione, ma la ricostruzione sul campo è ancora ferma, i meccanismi di governance non sono definiti e il dispiegamento di forze internazionali resta incerto.
In altre parole, il BoP non ha ancora dimostrato di saper trasformare risorse e volontà politica in risultati tangibili.
Il nodo centrale: Trump
Il vero elemento strutturale, e potenzialmente critico, è la figura di Donald Trump stesso.
Il BoP è costruito attorno a una leadership fortemente personalizzata: poteri di veto, controllo sull'ammissione dei membri, influenza diretta sulle decisioni strategiche.
Questo genera una domanda inevitabile: cosa succede al BoP quando Trump non sarà più presidente degli Stati Uniti?
Paradossalmente, la sua forza attuale, una guida centralizzata e decisionista, potrebbe diventare la sua debolezza futura.
Senza un processo di istituzionalizzazione indipendente dalla figura del fondatore, il BoP rischia di perdere coerenza, attrattività e capacità operativa. E la presenza di regimi autoritari tra i membri fondatori difficilmente aiuterà ad attrarre le democrazie liberali oggi assenti.
Fattibilità: tra ambizione e limiti strutturali
Il BoP ha alcuni elementi potenzialmente efficaci: la capacità di mobilitare rapidamente risorse (almeno sulla carta), una flessibilità rispetto alle istituzioni tradizionali e il coinvolgimento diretto di attori regionali.
Ma presenta anche criticità profonde: legittimità internazionale limitata, dipendenza da una leadership personalistica, un modello finanziario poco chiaro e l'assenza di risultati iniziali. A queste si aggiunge ora una questione di coerenza valoriale: è difficile costruire un'architettura credibile per la pace con paesi che la pace, almeno quella interna, non sanno o non vogliono garantirla ai propri cittadini.
Conclusione
Il Board of Peace è, al momento, un esperimento geopolitico incompiuto.
Ambizioso, mediaticamente potente, ma ancora privo di fondamenta solide e appesantito da una composizione che mette fianco a fianco paesi con storie democratiche molto diverse, quando non palesemente opposte.
La sua traiettoria dipenderà da una scelta cruciale: restare un'estensione di Trump o evolversi in un'istituzione autonoma.
Nel primo caso, il suo destino sarà legato a quello del suo fondatore. Nel secondo, potrebbe, forse, ritagliarsi uno spazio reale nel sistema internazionale.
Per ora, resta sospeso tra visione e realtà.
(*) L'innominabile, l'elefante nella cristalleria, è uno Stato che crea:
interventi militari che uccidono decine di migliaia di innocenti,
sofferenze diffuse tra civili intrappolati nel conflitto,
rivendicazioni territoriali fortemente contestate a livello internazionale,
azioni denunciate da organizzazioni per i diritti umani,
enorme perdita di vite innocenti che scuote le coscienze,
logiche di forza che ostacolano soluzioni giuste e durature di pace nei territori illegalmente occupati,
esigenza non più rimandabile di presa di responsabilità da parte degli stati che non lo contestano.
Se la parola acrostico vi dice qualcosa, allora avete capito tutto.
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